Ci si chiedeva qualche tempo fa a chi appartenesse l’Amazzonia. Jair Bolsonaro, con l’arroganza che lo distingue, ci ha tolto ogni dubbio intervenendo con un discorso politicamente osceno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, nel quale ha asserito che “L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, e nemmeno il polmone del mondo”. Ha aggiunto, rincarando la dose, che quelle che si raccontano  sarebbero “tutte frottole”, in quanto la regione “tra l’altro è praticamente intatta”. Dunque, ha invitato a non credere ai media, ma a recarsi da quelle parti, nella foresta cioè, per  “vedere con i vostri occhi”. Come se fosse facile. Come se nessuno avesse già esplorato accuratamente l’Amazzonia, e non da quando sono divampati gli incendi che la stanno distruggendo. Come se le denunce decennali dei popoli che l’abitano e che stanno letteralmente morendo non avessero raggiunto con il loro grido i quattro angoli della Terra dai quali, va detto con sgomento e rabbia, nessun governante si è mosso per tutelare l’integrità dell’ecosistema amazzonico e degli indigeni che la popolano (sempre di meno, purtroppo).

Bolsonaro, un populista d’acciaio, non è uomo che si commuove facilmente. Incontentabile, ha pure aggiunto: “Questo o quel Paese che invece di aiutare ha creduto alle bugie dei media si è comportato con spirito colonialista. Sì è messa in discussione la nostra sovranità, la cosa più sacra che abbiamo, si è arrivati all’assurdo di proporre sanzioni al Brasile”.

Ecco la parolina magica, il passe-partout che apre perfino i cuori più duri: sovranità. Quella del Brasile, naturalmente, dimenticando le sovranità di altri otto Paesi che condividono il destino dell’Amazzonia e che la pensano in maniera diversa da Bolsonaro o, comunque, non hanno fatto della questione un elemento propagandistico al fine di coprire interessi rilevanti che non da oggi minacciano la grande foresta sudamericana.

Interessi lontani da quei luoghi e che – essi sì – sono imputabili di colonialismo a cominciare dall’appropriazione del caucciù, sottraendolo agli indios e costruendo, al fine di illecito arricchimento, interminabili autostrade che hanno inquinato milioni di ettari di territori oggi perlopiù destinati agli allevamenti intensivi che provocano emissioni di Co2 altamente inquinanti.

Per Bolsonaro, che ritiene, evidentemente in nome e per conto di una “sovranità delegata” del tutto immaginaria,  di parlare anche a nome della Colombia, del Venezuela, della Guyana, della Guyana francese, del Suriname, della Bolivia, del Perù e dell’Ecuador non si rende conto della responsabilità che si assume assolvendo gli incendiari che vogliono impadronirsi dell’Amazzonia per ricavarne profitti economici altissimi e condannando i residui popoli indigeni, dimenticati da tutti, soltanto da qualche tempo rappresentati per quel che sono: semplicemente esseri umani custodi di ancestrali tradizioni, dediti all’agricoltura per pura sussistenza e conservatori della stessa foresta della quale sono figli.

Negli anni Ottanta vennero affiancati nella loro pacifica resistenza agli sfruttatori degli alberi della gomma ed ai costruttori di autostrade dal “seringueiro” Chico Mendes, sindacalista che si batteva contro la deforestazione dell’Amazzonia: riuscì a riunire in un’assemblea permanente della sua città, Xapuri, tutte le componenti politiche, sociali e religiose della comunità, ma senza ottenere  l’appoggio delle formazioni politiche ufficiali, incluso il proprio partito di sinistra, il Movimento democratico brasilero, a testimonianza della dipendenza dal potere – in vario modo declinato – delle grandi conglomerazioni finanziarie che avevano messo gli occhi sull’Amazzonia e ne studiavano lo sfruttamento intensivo.

Chico Mendes era evidentemente un ostacolo da rimuovere: minacciato, arrestato, torturato, perseguitato in vario modo anche con l’allestimento di processi-farsa, il 22 dicembre 1988 venne assassinato da due rancheros. Due anni dopo, Darly Alves da Silva, proprietario terriero e allevatore, con il quale Mendes si era scontrato più volte, riconosciuto come mandante dell’omicidio, venne condannato a 19 anni di prigione, mentre suo figlio, Darci, ottenne la stessa pena per esserne stato l’esecutore materiale.

Da allora, si può dire, che la “guerra amazzonica” è entrata nella fase più cruenta. E tanto i governi di sinistra quanto di destra hanno avuto oggettive responsabilità nell’escalation di violenze, soprusi, devastazioni, mentre il mondo ha pressoché assistito impassibile ad uno scempio che soltanto oggi viene messo in luce più per la debolezza politica e culturale di un Bolsonaro manipolato dall’alta finanza che per la forza delle nazioni libere che dovrebbero denunciare con maggior vigore non soltanto il governo di Brasilia, ma coloro che al di fuori dei confini sudamericani fanno affari, ben protetti ovunque, bruciando l’Amazzonia e contribuendo a rendere il mondo un posto peggiore, invivibile, tormentato dal rischio della catastrofe ambientale sulla quale si giocheranno i destini dell’umanità.

No, gli indios non sono rappresentati, come sostiene Bolsonaro capovolgendo lo stato delle cose e spudoratamente mentendo per assolversi dalle sue oggettive responsabilità, da pochi soggetti “manipolati dai governi stranieri nella guerra per far avanzare i propri interessi sulla foresta”. Ma fidano sulla forza delle loro ragioni per non sparire. E se qualcuno comincia a prenderli sul serio, è un buon segno. Anche se la disperazione che ha portato in giro per l’Europa la scorsa primavera l’anziano capotribù Raoni Metuktire (candidato al Nobel della pace dopo mezzo secolo di lotte per salvare il suo popolo), ricevuto tra gli altri dal Papa, non ha fin qui prodotto gli effetti immaginati, a cominciare da una presa di coscienza delle nazioni e dei governi su quanto tragica e terribile sia la condizione dell’Amazzonia e di chi la popola. Bolsonaro, abilissimo nel cambiare le carte in tavola, contrappone a chi difende la propria terra e le tradizioni alle quali sono legate genti antiche e gentili, la prospettiva di un non precisato “sviluppo e progresso” attraverso – parole sue – lo sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie dell’Amazzonia. È questo il suo obiettivo. E per raggiungerlo deve distruggere ciò che da milioni di anni esiste e costituisce non il patrimonio del Brasile, territorio costituitosi in nazione qualche secolo fa, e scoperto soltanto alla fine del Quattrocento, ma proprio di quell’umanità alla quale il presidente populista (ed anche abbastanza ignorante) intende negare la “proprietà” dell’ultima foresta pluviale rimasta sulla Terra.

Chiedersi di chi è l’Amazzonia è spregevole. Ancor di più lo è il disinteresse per le ricadute della sua distruzione sul già fragile ecosistema. Ma è insopportabile che nessuno si chieda che fine stiano facendo i popoli che l’hanno fin qui preservata. Da quel che si sa sono quasi estinti. Un genocidio silenzioso che ha colpito più di tutti l’antica “nazione” degli Yanomami.

Una grande tribù della quale ci si disinteressa da almeno venticinque anni, da quando un reportage ne lumeggiò parzialmente la  precaria esistenza ed il pericolo della sua imminente condanna a morte. Non si mosse nessuno. Si registrò una sola interrogazione parlamentare in Italia, fu assordante il silenzio da parte delle istituzioni europee e delle organizzazioni per la difesa  dei diritti umani. Il problema vasto e decisivo per le sorti dell’umanità, afferisce in realtà, al quasi sempre negato tema della tutela dei diritti dei popoli portatori di differenze culturali, tradizioni religiose, usi civici, costumi e sensibilità artistiche tutt’altro che trascurabili. Temi poco glamour nell’universo del “politically correct”.

Gli Yanomami non fanno eccezione. Popolano le rive del Rio Branco e Catrimani nello stato del Roraiama, nel nord del Brasile. Si estinguono a causa di malattie contratte  dalle contaminazioni con i nuovi colonizzatori, degli incendi, della deforestazione selvaggia, e in conseguenza  dello sfruttamento delle risorse naturali.

Già negli anni Novanta subivano gli effetti delle speculazioni economiche della foresta in cui vivevano: erano rimasti soltanto in  dodicimila; oggi non si  sa quanti siano, come pure si ignora quante persone popolino le cinquecentoquarantaquattro aree tradizionalmente abitate dagli indios.

La comunità internazionale, non soltanto  dunque i  governi brasiliani, nelle sue rappresentanze più complesse, a cominciare dall’Onu, è oggettivamente  complice da decenni degli speculatori che si arricchiscono sulla pelle di chi non ha voce nell’immensa regione sudamericana “riscoperta” come gigantesca fonte di guadagno facile. Paradossalmente, bruciata vale anche di più. Il neo-colonialismo liberista ed il globalismo che vorrebbe esportare, nel nome dell’omologazione, i miserabili gadget occidentali laddove, come in Amazzonia, non se ne sente alcun bisogno, hanno fatto enormemente più male dei colonizzatori spagnoli e portoghesi del XVI secolo.

Il Dubbio, 26 settembre 2019