Sulla questione delle Foibe e dell’Esodo il Presidente della Repubblica Mattarella ha sicuramente il merito di avere pronunciato parole chiare e definitive che hanno tagliato la testa al toro di un negazionismo da sempre becero e manipolatore.
L’autorevole intervento era quanto mai necessario anche se non immune da distinguo e luoghi comuni sul contesto degli avvenimenti, ma se pensiamo a quello che hanno fatto (o non hanno fatto) in passato certi suoi predecessori non possiamo che essere soddisfatti.
Quello che invece il presidente non aveva ancora fatto, e che molti auspicavano da tempo che facesse, era andare personalmente a Basovizza per completare con un gesto di omaggio altamente simbolico il lungo percorso che ha restituito la tragedia degli Italiani del confine orientale alla memoria e alla coscienza nazionali.
Un ultimo passo che Sergio Mattarella ha fatto ieri, ma ben lontano dalla naturale ricorrenza del Giorno del Ricordo e con modalità alquanto discutibili.
L’intenzione era probabilmente quella di privilegiare gli aspetti ecumenici di fratellanza e concordia tra i popoli e magari di arrivare ad una memoria condivisa e pacificata tra gli Italiani e gli Sloveni di oggi i quali – svanita per sempre nel sangue di altre terribili pulizie etniche la Jugoslavia titoista – con i crimini comunisti del maresciallo Josip Broz c’entrerebbero poco, ma che sull’argomento hanno sempre avuto atteggiamenti ambigui e rivendicazionisti non molto accettabili.
Così pur di arrivare ad una photo opportunity iconica e toccante (e facilmente spendibile) come quella di Mattarella e Pahor che si tengono per mano di fronte al sacrario della Foiba di Basovizza si è scelto l’approccio cerchiobottista del compromesso al ribasso, dove naturalmente a ribassare e a rimetterci siamo sempre noi.
Via la grande bandiera tricolore dal pennone del sacrario, sostituita da tre bandiere uguali (Italia, Slovenia, UE) tipo premiazione alle Olimpiadi e soprattutto, per compensare il disturbo del presidente Pahor, un bell’omaggio all’irredentismo Sloveno “vittima della violenza fascista” con i due presidenti che rendono omaggio a quattro Sloveni fucilati il 6 settembre 1930 proprio a Basovizza (tra qualche riga scopriremo perchè) e la restituzione alla comunità slovena, 100 anni dopo, del Narodni dom di Trieste, la casa del popolo sloveno dell’Hotel Balkan, incendiata il 13 luglio 1920, in piena crisi di Fiume, nel corso di gravi disordini tra italiani e sloveni (che speravano di essere annessi al Regno di Jugoslavia) che avevano provocato alcuni morti italiani.
In pratica, quindi, un colpo al cerchio della foiba piena di Italiani in cambio di uno alla botte del nazionalismo sloveno, rimestando a caso in un unico pentolone la pulizia etnica contro gli Italiani, la fucilazione di quattro terroristi nazionalisti sloveni e un atto avvenuto nel 1920 quando tutti cercavano di tirare da una parte o dall’altra, con ogni mezzo possibile, le clausole del trattato di pace.
Un approccio talmente ambiguo e confuso che alla fine la stampa mainstream, col solito riflesso pavloviano, ha finito per riportare la notizia in modo falsato e ridicolo: “Mattarella e Pahor a Basovizza commemorano le vittime del fascismo. I presidenti italiano e sloveno hanno deposto una corona di alloro e si sono tenuti per mano in silenzio” è, ad esempio, il paradossale titolo dell’ANSA ovviamente ripreso senza nessun filtro da molti altri.
Una impostazione che finisce per dipingere la tragedia delle foibe come un episodio uguale a tanti altri, conseguenza della lotta tra il nazionalismo italiano fascista (cattivo per definizione) e il nazionalismo sloveno (buono e giusto, sempre per definizione).
In pratica il giustificazionismo anti italiano che sembrava uscito dalla porta rientra invece dalla finestra, ma con tutti gli onori.
Ma chi erano Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojz Valenčič, cioè i quattro nazionalisti sloveni ai quali Mattarella e Pahor hanno reso omaggio e, soprattutto, ha senso metterli sullo stesso piano delle migliaia di infoibati?
Erano militanti del TIGR (acronimo di Trst, Istra, Gorica, Rijeka), una organizzazione armata clandestina conosciuta anche come “Borba” (Lotta), fondata intorno al 1927 e che aveva come obiettivo la “lotta senza compromessi e con tutti i mezzi possibili contro il fascismo e le sue istituzioni per l’annessione del Litorale e dell’Istria alla Jugoslavia”. Più o meno gli stessi obiettivi che nel 1945 porteranno, per ordine di Tito, alla pulizia etnica delle Foibe (e ovviamente non è una coincidenza).
Obiettivi del TIGR/Borba erano le scuole italiane, considerate strumenti di italianizzazione, i giornali, le istituzioni e i rappresentanti dello stato che tra il 1927 e il 1932 furono presi di mira con incendi, attentati dinamitardi e diversi omicidi.
La fine arrivò dopo la bomba al quotidiano Popolo di Trieste, che il 10 febbraio 1930 uccise il redattore Guido Neri e ferì tre impiegati.
L’organizzazione fu scoperta, i suoi membri catturati e processati a Trieste dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato che condannò i quattro sopra citati alla fucilazione e altri dodici al carcere.
Ironia della sorte, nemmeno dopo la guerra le cose per i militanti del TIGR andarono troppo bene: antifascisti ma anche ultra-nazionalisti, legatisi ai servizi inglesi durante le lotta clandestina, erano malvisti dai comunisti titini che non riconobbero il loro contributo alla lotta: i capi furono eliminati e gli altri seguaci emarginati e sempre sorvegliati dalla OZNA, la polizia segreta jugoslava.
Oggi, a quanto pare, hanno finalmente ricevuto un riconoscimento postumo, il prezzo di una stretta di mano del presidente sloveno davanti alla Foiba di Basovizza. Do ut des.