Alla conclusione del “Dizionario biografico degli italiani”, di cui è appena apparso il 95°  volume (voci Taranto – Togni), dovrebbero mancare, per giungere alla fatidica soglia programmata dei cento, 5 volumi.

   Il percorso avviato nel giugno 1961 e destinato a chiudersi alla meglio nel 2020, è stato innegabilmente troppo lungo, complesso, di altalenanti dosaggi (o telegrafici o noiosamente diluiti, per limitare il discorso alla storia contemporanea, politicamente impostato, dapprima,  su linee liberali, poi liberal – radicali, subisce ormai da decenni una condizionante e fuorviante lettura marxista – gramsciana, con rari, indispensabili spiragli alla cultura liberale (mai abbastanza censurate le omissioni riguardanti Emilia Morelli, Ruggero Moscati e Giuseppe Talamo) e a quella fascista, in casi rarissimi vagliata in maniera lucida  ed informata.

   Prima di soffermarci sulle positive rivisitazioni biografiche relative a Giuseppe Tassinari e a Giuseppe Terragni, non è possibile tacere sui contributi, di dimensioni eccessive, targati indistintamente nel verso comunista, democristiano, femminista o addirittura perduti dietro campioni del più credo brigantaggio. Apriamo con le 8 colonne dedicate al “giurista democratico” Fausto Tarsitano, subordinato alle gerarchie nazionali del partito, allora in via delle Botteghe Oscure. Altrettante parlano di Angelo Tasca, 7 guardano estasiate ad una esponente femminista, ben 12 ripercorrono la vita di P.E. Taviani senza nascondere le esperienze fasciste e soprattutto quelle corporative. Altro spazio smisurato (circa 10 colonne) è dedicato ad Umberto Terracini ed infine 6 racchiudono la vita (1836 – 1896) del brigante Luigi Tiburzi , detto “Domenichino”, originario del Viterbese, “idealizzato già in vita come giustiziere sociale e vendicatore degli ultimi”, una sorta di Robin Hood della Tuscia.

   Appaiono solo dovute, cioè impossibili da omettere, le schede riguardanti Giuseppe Tatarella e Teseo Tesei.

   Una lettura mirata soprattutto a recare l’ennesima smentita all’immeritatamente esaltata assimilazione fatta da Croce sugli Hyksos  ed i fascisti, va compiuta per le voci riferite a Giuseppe Tassinari e a Giuseppe Terragni.

   Il primo (Perugia 1891), laureato in scienze agrarie, cresciuto scientificamente alla scuola di un prestigioso, quale Arrigo Serpieri, dopo aver denunziato la frammentazione della proprietà terriera e caldeggiato la costituzione di consorzi di proprietari, dal 1925 è professore ordinario presso il Regio istituto superiore agrario di Bologna, poi facoltà. E’ iscritto nella città natale sin dal 1922 al PNF.

   Attraverso la direzione di una rivista “L’Italia agricola”, segnala e sottolinea progressi scientifici del settore. Si adopera, con il maestro Serpieri, per la nascita dell’Istituto di economia agraria. Ancora oggi è ancora “esemplare” il metodo induttivo da lui utilizzato.

   Deputato alla Camera nel 1929, appartiene poi al Gran Consiglio e nel 1939 è nominato nella prima Camera dei fasci e delle corporazioni. Concentra la sua attenzione sulle bonifiche integrali, sottolineando – aspetto trascurato ed ignorato – l’utilità sociale degli interventi nelle aree soggette a latifondo dell’Italia meridionale (Volturno, Tavoliere, Metaponto, Sibari, Crotone e Sicilia).

   Conta tra i suoi allievi il futuro ministro democristiano Giuseppe Medici. In contatto con ambienti tedeschi, tanto da essere indicato come possibile guida dello Stato dopo l’8 settembre 1943, cade vittima, come decine di migliaia di italiani, di un’operazione aerea angloamericana, nel suo caso di un mitragliamento, il 20 giugno 1944.

   Giuseppe Terragni (1904) è un architetto lombardo, affermatosi seguendo i dettami del razionalismo nazionale, culminato con l’adozione di un nuovo ed incisivo linguaggio espressivo. La “casa del fascio” di Como (1932 – 1936) , da lui progettata, è stata adottata e studiata come riferimento da molti altri architetti. Nel 1934 – 37 realizza, sempre nella città lariana, l’asilo “Sant’Elia”, valutata come “una delle opere più poetiche della sua produzione”.

   Chiamato alle armi nel 139, si impegna sul fronte iugoslavo, nonostante il grado, in azioni di prima linea. Muore improvvisamente, in maniera non accertata e mai specificatamente definita, nel 1943.

   “All’opera di Terragni è stato subito riconosciuto un valore altissimo, tanto da ottenere anche in vita e in continuità fino ad oggi pubblicazioni ed elogi”.