10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale e che segna le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
Un trattato definito “stupido” ; l’Europa, infatti, non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduti ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare. 5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un Memorandum d’intesa in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tutto ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era avvenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

Il Trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, sancisce la cessione della Zona B dell’ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell’ Istria nord-occidentale, alla Jugoslavia, riconoscendo lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano il trattato. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Nel trattato le questioni riguardanti la salvaguardia dell’identità della popolazione di lingua italiana in territorio jugoslavo (in gran parte diminuita dopo l’ esodo della maggioranza degli italiani) vengono demandate alla stesura di ulteriori protocolli d’intesa. Lo stesso vale anche per la popolazione di lingua e cultura slovena che vive in territorio italiano. Per il suo contenuto questo trattato venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall’ Italia e che aspettano ancora in molti casi un equo indennizzo od una equa soluzione per i loro beni immobili, spesso nazionalizzati.16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’Italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito. Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita. La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
A riprova di quanto false fossero poi le rassicurazioni sull’equo trattamento delle minoranze basti ciò che è scritto in un rapporto alla Comunità Europea nel 2010:” Nonostante alcuni importanti risultati ottenuti in particolare nel settore dell’istruzione, dove le minoranze hanno la possibilità di seguire le lezioni nella loro lingua, desta preoccupazione la mancanza di rappresentanti delle stesse minoranze nella pubblica amministrazione sia a livello centrale che locale, nel sistema giudiziario e nelle imprese pubbliche. Questi sono alcuni dei dati che emergono dall’ultimo rapporto redatto sulla Croazia dal Comitato del Consiglio d’Europa che ha il compito di monitorare come gli Stati membri applicano la Convenzione per la protezione delle minoranze”.
Cade quindi anche l’ultimo ostacolo al varo dei negoziati per l’ingresso della Croazia in Europa.
I Paesi Bassi hanno dato quell’autorizzazione a procedere da tempo attesa da Zagabria. Finora non era stata considerata sufficiente per gli standard europei la collaborazione con il Tribunale penale internazionale. Zagabria spera quindi di festeggiare l’ ingresso nella casa comune europea all’inizio del 2012.

Non era mai accaduto che uno Stato sovrano rinunciasse alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, senza alcuna contropartita, come accadde nella fattispecie. Si trattò di un evento non certo accettabile sul piano giuridico, e meno che mai su quello etico. Del resto, anche le trattative erano state condotte in analoghe condizioni di riservatezza ed il Governo italiano le aveva affidate, anche nella fase conclusiva, a soggetti sostanzialmente inidonei, perchè estranei al mondo diplomatico. Con Osimo, l’Italia volle trasferire alla Jugoslavia la sovranità statuale sulla cosiddetta Zona “B” del Territorio Libero di Trieste, che non era mai stato costituito con atto formale, sacrificando altre migliaia di cittadini, costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 300 mila che li avevano preceduti al termine delle vicende belliche, e sottoscrivendo il trasferimento alla Repubblica federativa di un’area pari al tre per mille del territorio italiano. Naturalmente, la responsabilità politica, al di là di pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani, guidati da un dirigente del Minindustria, fu soprattutto del Governo, e con esso, del Parlamento che ebbe a ratificarne l’operato, sia pure con diffuse sofferenze. Il tutto senza alcuna contropartita. Eppure, i problemi sul tappeto, molti dei quali lo sono tuttora, non erano di scarsa consistenza: anzi tutto, il riconoscimento della verità storica, e poi, la tutela dei monumenti e delle tombe italiane oltre confine, la sorte dei beni immobili già appartenenti agli esuli, il regime delle acque territoriali, gli accordi per la pesca in Adriatico, e così via. Posizione di “debolezza e di scarsa coscienza nazionale”. Il trattato avrebbe potuto essere impugnato per ragioni di diritto internazionale, ma anche costituzionale ed amministrativo, ma non fu privo di correlazioni penali, potendosi ravvisare nell’approvazione dei suoi disposti il reato previsto dall’art. 241 c.p., laddove si puniva con l’ergastolo “chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero”. Ad oltre un trentennio di distanza, si può e si deve affermare che “il trattato di Osimo fu un errore” e dopo la dissoluzione della Jugoslavia le prospettive avrebbero potuto essere diverse, se non altro per alcune importanti questioni d’interesse plurimo, come quella delle acque territoriali. L’occasione fu perduta, ed oggi rimane, al massimo, una generica speranza nell’effetto Europa.