Nello Musumeci, netto ed indiscutibile vincitore delle regionali siciliane con oltre 5 punti percentuali di vantaggio sull’antagonista grillino (39,84% contro 34,65%), ha rilasciato dichiarazioni ricche di deciso senso pratico e rispettosamente degli astensionisti, da altri rozzamente criminalizzati.

Il nuovo presidente della Regione, meritevole di spazio nazionale, checché ne dica Buttafuoco, assai più di quanto ne sia assegnato al collega veneto, bloccato sugli stereotipi autonomistici (recte secessionistici) naturali ed insuperabili alla sua fazione, ha individuato il suo primo compito nel recupero dell’ “oltre 50% dei siciliani che ha deciso di non votare”.

L’astensionista più dello stesso elettore è attento e preoccupato della situazione, degli orientamenti e delle prospettive ma ha perduto fiducia nei partiti o raggruppamenti esistenti e va riconquistato con idee fondate e realizzabili, con impegni concreti, soprattutto se conformi a tradizioni e caratteristiche sociali consolidate e provate.

Naturalmente, secondo inveterata abitudine o meglio pretesa, Berlusconi ha messo “il cappello del vincitore”, dell’ uomo determinante e decisivo nella vittoria. Lo ha fatto a dicembre , quando i giochi erano fatti e nonostante la campagna propagandistica favorevole fosse condotta a tappeto sui canali televisivi berlusconiani, mentre il malcontento e il fastidio popolari verso Renzi non erano ancora esplosi ma serpeggiavano senza freni.

Lo schema è stato ripetuto nell’isola: si è atteggiato a statista assennato e illuminante, senza riconoscere che il successo sarebbe stato ancora più netto se la corsa del candidato, suggerito dalla Meloni, fosse iniziata mesi addietro e non dopo defatiganti trattative e senza accorgersi di non avere affatto pesato e sul rigetto delle urne e sul consenso ai grillini.

La professione che esercito da tanti anni mi ha spinto a rivisitare il passato, cioè i risultati delle precedenti consultazioni. Nelle ultime elezioni del XX secolo (1994 e 1996) il coacervo assoggettato a Berlusconi conquistò nelle 2 circoscrizioni isolane il 34,85% e il 32,43%, quindi il 32,64% e il 31,96%. Nella prima del XXI secolo (2001) i suffragi sono stati ancora più consistenti (37,65% e 35,81%).

L’autocrate in uno dei suoi mille interventi, con la classe tipica del “padrone delle ferriere”, si è premurato di ripescare la sconfitta subita dal Musumeci cinque anni or sono senza avere la chiarezza di ricordare che fu determinante fu la concorrenza fatta dal suo fido gregario, Miccichè, ancora oggi al suo fianco.

Secondo le proiezioni curate da istituti specializzati, il 5 scorso F.I. avrebbe conseguito nell’intero territorio siciliano il 13,1 %, sì esatto, 20 punti percentuali in meno!

Berlusconi in una intervista rilasciata al “Corriere” ed in altre dichiarazioni sparse, ha rilanciato il suo armamentario dialettico, ora adoperato contro i grillini e mai verso la sinistra del mai rinnegato amico Renzi, con il quale il governo delle “larghe intese” è riposto “nel cassetto in caso di necessità” e verso il quale mai è stata condotta una opposizione decisa ed alternativa.

L’ex cavaliere ha usato, nella definizione del successo, un aggettivo sfuggente, equivoco ed omnicomprensivo, moderato, cioè il tutto e il nulla, tipico dei “sempre pronti” a patto di non essere danneggiati, infastiditi, disturbati, in altri termini i figli o i nipoti degli elettori scudocrociati.

Ha fatto riemergere dal passato un toccasana, smentito da mille e mille esperienze fallimentari, accumulate dal 1994 ad oggi, quelle rappresentate dalle “persone credibili per quello che hanno saputo fare nella vita” con esclusione implicita ma insuperabile e perentoria per le “teste pensanti”, interessate solo alla scienza, alla cultura e all’educazione dei giovani e della società.