Il giorno della verità è arrivato. A neanche un mese da quel vertice di Malta dove il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese sembrava una novella fata turchina capace di far accettare a Francia e Germania la redistribuzione dei migranti irregolari, l’incantesimo è già svanito.

Il ritorno alla realtà incomincia dal Lussemburgo. Qui, oggi, i ministri dell’Interno Ue valuteranno se le ipotesi di La Valletta possono diventare intese formali. E qui casca l’asino o meglio il governo giallo-rosso. Nessuno in Europa, neppure una Germania assai clemente verso un esecutivo considerato indispensabile per evitare il ritorno di Salvini, sembra più in vena di generosità. All’orizzonte vi sono, infatti, grane ben più grosse.

La prima è il ricatto del presidente turco Recep Tayyp Erdogan pronto, come nel 2015, ad aprire il rubinetto dei migranti se l’Europa si opporrà al suo progetto di occupare militarmente le zone curde del Nord della Siria per crearvi una zona di sicurezza in cui sistemare i rifugiati siriani. Quando lo scorso 5 settembre Erdogan formulò la minaccia Bruxelles confidava negli Stati Uniti per bloccarlo. Donald Trump ha fatto esattamente il contrario e ora l’Europa teme l’esodo di qualche milione di disperati. In questo frangente garantire all’Italia una redistribuzione dei migranti irregolari che verrebbe immediatamente pretesa anche dalla Grecia equivarrebbe al suicidio. Non ci pensa più la Germania, né tantomeno la Francia di un Macron che punta a politiche di fermezza sull’immigrazione per contrapporsi a Marine Le Pen in vista delle presidenziali del 2022.

E a pesare sulle decisioni europee contribuiscono anche le statistiche sugli arrivi. I 2.498 sbarchi di settembre rappresentano un incremento del 263% rispetto a quelli del settembre 2018. L’impennata, favorita dalla riapertura dei porti voluta dal nuovo governo, rappresenta un’ulteriore preoccupazione per una Francia già assai scettica sulle ipotesi di redistribuzione a nostro favore. In questa situazione il ministro Lamorgese può puntare, ben che gli vada, a un’intesa semestrale che però Berlino e Parigi vogliono poter interrompere in qualsiasi momento se «il numero dei ricollocati aumentasse in modo sostanziale». In questo contesto fantasiosa appare anche l’illusione, alimentata dal governo giallo-rosso, di qualche stato europeo pronto a garantire «porti sicuri» alternativi a quelli italiani o maltesi. L’evenienza – stando all’intesa di Malta – sarà proposta solo «su base volontaria» e solo in caso di «uno sproporzionato aumento della pressione migratoria in uno degli Stati partecipanti, calcolato in relazione ai limiti delle capacità di accoglienza, o ad un alto numero di richieste di protezione internazionale». Insomma altra fuffa.

Anche l’eventuale durata semestrale dell’intesa fa capire quanto squisitamente politico, ma inconsistente dal punto di vista sostanziale sia il regalo concessoci. Politicamente il periodo coincide con i quattro mesi, politicamente torridi, da qui al 26 gennaio durante i quali il governo giallo-rosso caro a Bruxelles, fronteggerà una durissima e assolutamente incerta campagna elettorale in Umbria ed Emilia Romagna. Una campagna giocata anche sul tema dell’immigrazione in cui il numero degli sbarchi influenzerà inevitabilmente le scelte elettorali. Non a caso i sei mesi coincidono anche con il maltempo invernale che rende assai difficili le partenze dalle coste libiche. Quanto basta, insomma, per far sperare a Francia e Germania di non doversi accollare troppi migranti.