“1984”, il capolavoro di George Orwell, non è solo un libro — riprendendo il giudizio di Emilio Cecchi — di una tristezza disperata, ossessiva, oppure la definitiva condanna d’ogni forma di totalitarismo e il rifiuto d’ogni utopia “buonista”, progressiva e progressista. “1984” è anche e soprattutto un allarme e un monito. Un avvertimento. Purtroppo, dai più, ignorato oppure rimosso. Come un pensiero fastidioso, un brutto sogno, un cattivo presagio.

Eppure non mancano analogie tra questa “società liquida”, senza forma e senso, e la tetra Londra orwelliana. Certo, non vi è un “glorioso” partito o un “Grande fratello” ad indirizzare ogni istante della vita degli individui ma — come ci avverte Roger Scruton, un altro lucido pensatore britannico —  ogni giorno, ogni istante siamo afflitti dalle direttive di un informale quanto pedante “Ministero della Verità”. Un organismo ingombrante  ma potente che ad ogni violazione dei dogmi del “nuovo ordine morale” scatena immediatamente le sue “settimane dell’odio”…

Non è quindi un caso che solo poche coraggiose voci si siano levate — sia in Francia sia nel resto di quest’Occidente disperato — a contestare l’ultima campagna di “pulizia” della sezione parigina della “psicopolizia” mondiale. Si tratta de “l’affaire Richard Millet”, un linciaggio mediatico contro uno scrittore affermato, membro del glorioso comitato editoriale di Gallimard, vincitore di un premio all’Académie Française e, sino a ieri, influente protagonista del “Goncourt”, il massimo concorso letterario francese. La sua colpa? Scrivere cose sgradite ai custodi del pensiero “politicamente corretto” e avere successo. Due fattori imperdonabili — intrecciate tra loro l’ottusità e l’invidia possono essere devastanti…— per i guardiani del multiculturalismo e le vestali dell’anti razzismo.

Ma andiamo per ordine. All’inizio dell’estate Richard Millet presenta il suo nuovo saggio “Langue fantome”; in coda al libro un piccolo saggio, una ventina di paginette intitolate “Eloge littéraire d’Anders Breivik”, una lettura provocatoria sulle motivazioni che armarono il pazzo omicida norvegese. L’autore, con raffinata perfidia, non simpatizza, non scusa, non cerca attenuanti al mostro, ma offre una visione inquietante, terribile della mattanza di Utoya. Accanto a Breivik e le sue follie — un impasto confuso di suprematismo nordico, neonazismo da operetta, cazzate massoniche e cattive letture bibliche — sul banco dell’accusa Millet inchioda anche l’intera società europea, le sue manie, le sue debolezze. Utoya dunque come simbolo tragico e sconveniente del “tramonto dell’Occidente” e della prossima vittoria dell’Islamismo; Utoya come capolinea di un complesso sociale ormai decadente, nihilista, vinto; Utoya segno finale di una tradizione inaridita e di una religione — almeno nella sua versione protestante — spenta e ormai degradata a mero filantropismo.

Troppo per il piccolo mileau della “Rive gauche”. Troppo per Bernard Henry Levy — autoproclamatosi il “Re Salomone” della Senna — e per i suoi focosi e petulanti seguaci. Ecco allora l’appello — o l’ultimatum? — firmato dal solito torpedone d’intellettuali più o meno celebri ad Antoine Gallimard, il patron della casa editrice, in cui si richiede la cacciata del reprobo dalla Maison. Come può, si chiedono le “sentinelle dell’umanità”, un “islamofobico” dirigere la casa editrice di Proust e Gide, di Camus e Genet? Via, via, subito, immediatamente.

Nessuna pietà anche perché, aggiunge BHL, il sulfureo pamphlet è solo l’ultima goccia: Millet non ha mai nascosto la sua militanza giovanile nella “Falange libanese”, le sue perplessità sull’immigrazione, la sua passione per Celine (e, purtroppo, per la Fallaci…) e il suo fastidio verso “la gauche caviar”.  E poi, come perdonare il suo sodalizio con un editore “non allineato” come Pierre Guillaume de Roux, il figlio di Dominique, il grande scrittore di destra, autore di un capolavoro come “Le Cinquiéme empire”, un’elegia del miglior colonialismo? Come il padre, scomparso nel 1977 dopo aver fondato “les Cahier de l’Herne” e le edizioni “L’Age d’Homme, Pierre Guillaume non ama (ricambiato) gli ambienti conformisti e preferisce editare in piena libertà. La mela, insomma, non è caduta lontana dall’albero.

Per fortuna Monsieur Gallimard è un uomo solido e non si fa intimidire. Agli inquisitori che chiedevano la testa del suo “editor” ha risposto «Millet è sempre stato un professionista di qualità, attento e le sue convinzioni personali non hanno mai inficiato il suo lavoro». Come previsto il garbato diniego ha rilanciato con ancor maggior astio il dibattito al punto che persino il paludato “Le Monde” si è interrogato su quali diritti possa vantare un “razzista” come Millet. Insomma, in nome dell’anti razzismo si può, impunemente, discriminare, silenziare, colpire. Magari uccidere.

Tuttavia qualcuno ha trovato la voglia e il coraggio di reagire. In primis, Bruno de Cessole, prima penna de “Le Figaro” e di “Valeurs Actuelles” si è schierato a difesa di Millet. «Ciò che colpisce in questo caso», ha sottolineato il critico su V.A, «è notare come nessuno dei suoi critici stalinisti abbia veramente affrontato il testo incriminato. Per esempio, in che misura il massacro di Breivik è o non è la conseguenza della politica migratoria norvegese? Ricordiamo, con Levi Strauss, che in tutte le società esiste una soglia di tolleranza, un limite estremo da non valicare, pena reazioni aggressive. Millet, insisto, condanna il gesto dell’assassino e lo considera il sintomo estremo della decadenza e del lassismo occidentale ma ha usato termini e formule oggi imperdonabili».

Sempre su “Valeurs Actuelles”(che ha dedicato al caso una copertina significativamente intitolata “Les Lyncheurs” ) è intervenuto François Bousquet. Con durezza. «Il comunismo è morto a Est, ma è stato sostituito all’Ovest dall’antirazzismo che Alain Filkielkraut a definito “il comunismo del XXI secolo”. Per il filosofo si tratta di una filiazione del trotzkismo — il sogno di costruire una società senza discriminazioni né frontiere, un mondo d’agnelli. Una vera fiaba. Altri ne hanno fatto, come ricorda Léon Poliakov, una religione: “l’antirazzismo dogmatico”».

Più rude e scanzonato Gabriel Matzneff che in un’intervista a “Il Foglio” — con il solito coraggio Giuliano Ferrara non ha avuto esitazioni nello schierarsi con Millet — liquida la questione come «una stronzata megagalattica. È un’altra forma di vigliaccheria dell’intellighenzia francese, sempre in ginocchio di fronte alla moda e di fronte al prossimo vincitore della battaglia che è sotto i nostri occhi». Con divertito pessimismo Matzneff è convinto che «tra 50 anni le nostre chiese saranno diventate un museo o una moschea. Quando un dio muore ne sorge sempre uno nuovo, alla faccia di Voltaire e dell’Illuminismo: nelle masse c’è un bisogno metafisico insopprimibile e in Europa stiamo ancora scontando le conseguenze di quei totalitarismi che hanno provato a distruggere il Cristianesimo. Non dovremmo dimenticarlo».