Chi immaginava di mandare al macero l’asse franco-tedesco si è sbagliato di grosso. I veri vincitori della partita delle nomine europee sono i perdenti alle elezioni: bizzarrie della politica alle quali ci siamo abituati. Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ridimensionati nelle urne il 26 maggio, si sono ripresi il ruolo che avevano grazie alla debolezza degli altri, gli avversari e gli alleati. Ed hanno segnato punti a loro vantaggio che si riveleranno decisivi fin da subito nella ristrutturazione delle politiche dell’Unione europea.

LE SCELTE CHE RAFFORZANO L’ASSE MERKEL-MACRON

L’insediamento di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione e la conquista dell’ambita poltrona di “governatore” della Banca centrale europea da parte di Christine Lagarde, non lasciano dubbi su chi esce vincitore dalla disputa bizantina per i posti che contano in Europa.

La prima, ministro della Difesa e fedelissima della Cancelliera tedesca, rafforza il primato germanico e allontana lo spettro dell’irrilevanza che rischiava di sottolineare il tramonto politico della Merkel. La seconda, per quanto non ascrivibile allo stretto entourage di Macron, deve al presidente la prestigiosa e potente carica trasferendosi dal Fondo Monetario Internazionale, dove venne designata da Sarkozy in sostituzione di Dominique Strauss-Kahn, all’Eurotower di Francoforte al posto che è stato di Mario Draghi.

Ordinario avvicendamento secondo le logiche spartitorie vigenti a Bruxelles? Certamente, ma anche qualcosa di più, non proprio inessenziale, che connoterà le linee di tendenza delle politiche economiche dell’Unione: il rigorismo, l’austerity data per defunta e magicamente rinata tra il conclave di Osaka e l’ultima concitata riunione a Palazzo Berlaymont nel cuore della cittadella delle istituzioni comunitarie. Tanto la von der Leyen che la Lagarde sono due strenue sostenitrici – in linea con lo spirito franco-tedesco, appunto – dell’inflessibilità nell’applicazione dei parametri di Maastricht e di Amsterdam, del rispetto delle regole che non prevedono deroghe, dell’accentuazione di misure ordinarie e straordinarie affinché gli Stati membri si sottomettano alle decisioni della potente Commissione. Faranno rimpiangere perfino Jean-Claude Juncker, malamente apostrofato da europeisti scettici e da sovranisti alla ricerca di un po’ di protagonismo. Gli uni e gli altri, che hanno vinto la battaglia contro Frans Timmermans, il socialista designato e nel giro di poche ore decapitato dal “gruppo di Visegrad” con l’appoggio determinante dell’Italia, quando si renderanno conto di aver restituito lo scettro europeo alla coppia Merkel-Macron – che troverà il modo per andare d’accordo a questo punto – sarà piuttosto tardi e dovranno adattarsi a svolgere un ruolo ancillare tanto nella Commissione che nel Parlamento europeo (sui cui poteri è lecito nutrire dubbi e perplessità fino a quando sarà espressione degli Stati nazionali e non di un elettorato europeo effettivo come dovrebbe essere).

A proposito dell’Assemblea: si torna all’antica. Metà legislatura ai socialisti, metà ai popolari. Niente di nuovo sotto il cielo di Strasburgo. Per la prima parte sarà presidente David Sassoli; nella seconda quello che è stato il candidato al vertice della Commissione più a lungo e dunque destinato alla trombatura: il tedesco della Csu bavarese Manfred Weber, fregato da chi avrebbe dovuto sostenerlo, vale a dire la Merkel che cinicamente se n’è disfatta, prima appoggiando l’avversario socialista Timmermans, poi facendo convergere, grazie a Macron, i voti decisivi sulla protetta von der Leyen e per ringraziare il collega francese gli ha graziosamente concesso anche la presidenza del Consiglio europeo nella persona di Charles Michel, primo ministro belga, liberale, francofono, legato a filo doppio all’inquilino dell’Eliseo cui deve gratitudine anche il premier spagnolo Pedro Sanchèz che avendo assecondato Macron – bisogna ammetterlo, uomo insospettabilmente abile nelle trattative diplomatiche o nel mercanteggiamento politico – ha ottenuto l’impensabile poltrona di Alto Commissario per la politica di sicurezza e di difesa (una sorta di ministro egli Esteri, insomma) per il fido Josep Borrell che sarà anche uno dei vice-presidenti di diritto, attuale ministro del governo socialista, già presidente del Parlamento europeo, catalano, ma ostile all’indipendenza della Catalogna. Uno spagnolo, dunque, ritorna su quella poltrona dopo dieci anni dall’uscita di scena di Javier Solana che per dieci anni, dal 1999 al 2009, l’aveva onorevolmente occupata.

L’ITALIA ORA È PIÙ ISOLATA, MACRON È IL VERO VINCITORE

Il quadro è completo. Mancano i dettagli che a breve saranno messi a punto. L’Italia che fino ad oggi aveva ben tre poltrone (Bce, Europarlamento, Alto Commissario) dovrà accontentarsi di mezza poltrona (Parlamento, se reggerà la candidatura di Sassoli insidiata da quella della spagnola Iratxe Garcìa, altra fedelissima di Sanchéz) e dell’otdinario seggio di Commissario che per legge spetta a tutti i membri dell’Unione. Esce dalla partita fortemente ridimensionata, ma forse porta a casa il risultato più importante per il governo: il rinvio della procedura di infrazione che ha assorbito tutte le energie di Conte, mentre i suoi vice premier continuavano a darsele di santa ragione in Italia.

Il nostro Paese conta di meno, è più isolato, è guardato con diffidenza. Le due “donne forti” dell’Unione non lo amano. Mentre Macron, vero vincitore della partita con la complicità dell’amica-nemica Merkel, può togliersi la soddisfazione di mandare un arrogante (com’è nel suo costume) saluto a Salvini e Di Maio. Il primo potrà sempre vantarsi di aver contribuito a neutralizzare il “falco” Timmermans – tifoso della Roma, curiosamente -, ma non se l’è tolto di torno. Farà il vice presidente della von der Leyen e la sua ossessione per l’austerity si farà sentire.

Nei cieli d’Europa non è tornato il sereno. Su quelli dell’Italia si addensano temporali furiosi.