Cosa succede a Tirana? All’alba di domenica 17 maggio, per l’esattezza alle 4.35, le ruspe della municipalità protette da oltre mille poliziotti bardati di tutto punto hanno abbattuto in tempi record il Teatro Nazionale (in albanese «Teatri Kombetar»), simbolo di una protesta accanita, coriacea e trasversale durata ben 27 mesi.

Nel pomeriggio dello stesso giorno una grande folla sfidando i divieti delle autorità e le normative antivirus ha riempito il cuore della capitale, piazza Skanderberg e l’adiacente boulevard Deshmoret e Kombit, per protestare contro il governo del primo ministro socialista Edi Rama. Accesamente. Rabbiosamente. La polizia ha caricato ripetutamente i manifestanti e fermato 64 persone, tra cui Monika Kreymadhi, moglie del presidente della repubblica Ilir Meta e leader di una componente dell’opposizione. Pesante il bilancio a fine giornata: fumogeni, pietre, bastoni e qualche colpo di pistola (fortunatamente) in aria più sette arresti per «violazione violenta dell’ordine pubblico», ventuno denunce per «raduno illegale», 36 multe per «violazione della quarantena». Negli ospedali decine di feriti.

Una pessima domenica che ha reso incandescente il già surriscaldato dibattito (o meglio, lo scontro) tra la maggioranza di Rama e i suoi oppositori e ha ravvivato, una volta di più, la sfida tra il molto decisionista premier e i suoi numerosi contestatori per nulla entusiasti (per usare un eufemismo) dei suoi metodi ruvidi e dei suoi spregiudicati progetti «modernizzatori».

Il caso del complesso teatrale è emblematico. L’edificio, progettato dall’architetto Giulio Bertè realizzato a Milano nel 1938 e montato pochi mesi dopo a Tirana non solo era uno dei primi esempi di prefabbricazione della storia e una delle più interessanti opere di architettura razionalista d’Europa ma, soprattutto, costituiva un tassello importante del ristretto panorama monumentale della città.

Trasformato nell’era comunista prima in tribunale rivoluzionario poi in Teatro del Popolo il palcoscenico per gli strampalati riti stalinisti del dittatore Enver Hoxha e la sua bizzarra corte,

dopo la caduta del regime nel 1990 lo stabile era tornato a ospitare lavori di alta qualità confermandosi il principale centro propulsore della cultura e dell’arte albanese. Vista l’obsolescenza dei materiali originari, la cattiva manutenzione nel periodo enverista e le nuove norme di sicurezza, tutti (o quasi) si auguravano una ristrutturazione radicale nel rispetto del progetto di Berté. Illusioni.

Nel 2018, con la scusa dei festeggiamenti nel 2020 del centenario di Tirana capitale, Rama e Erion Veliaj, sindaco e delfino designato, decisero di stravolgere il centro storico e il piano partiva proprio dalla demolizione del «Teatri Kombetar». Al suo posto è stato deciso d’erigere il «farfallino», un nomignolo carino per battezzare un mastodonte di cemento armato: una massiccia struttura di quattro torri progettato dallo studio danese Big e firmato dall’architetto Bjarke Ingels che ospiterà centri commerciali, appartamenti, alberghi con uno spazio destinato (bontà loro) alle attività teatrali. Costo stimato 30 milioni di euro, un’enormità per gli standard albanesi.

Alla notizia mezza Tirana è insorta contro premier e sindaco, indicati come i registi di una maxi speculazione edilizia. A difesa del complesso, occupandolo dallo scorso luglio, si sono subito schierati gli artisti e intellettuali aderenti all’«Alleanza per la tutela del teatro». Ad appoggiarli sono scesi in campo Lulzim Bashia, leader del partito democratico, e la signora Kreymadhi, a sua volta sostenuta dal consorte presidente che ha portato la questione alla Corte Costituzionale: una mossa forte ma vana poiché la Corte è da tempo congelata per la mancata nomina di 5 giudici sui 9 totali previsti. Contraria all’abbattimento anche Confindustria Albania, il sodalizio che rappresenta le imprese italiane nel Paese. Il suo presidente Sergio Fontana ha commentato amaramente: «È come se per costruire un teatro più capiente e confortevole si decidesse d’abbattere l’Arena di Verona o il Colosseo. Un nuovo teatro poteva essere edificato in un’altra zona senza abbattere un esempio eccezionale dell’architettura italiana». Più cauto (o molto tiepido) l’ambasciatore italiano Alberto Cutillo: «Penso che in un Paese democratico tali scelte debbono essere condivise il più possibile, perché una volta prese non è possibile tornare indietro». Niente di più, niente di meno. Da parte dell’Istituto Italiano di Cultura, silenzio assoluto.

Molto più dure le reazioni dell’Europa. La delegazione Ue a Tirana ha espresso la sua contrarietà per modi e tempi e il presidente del PPE Donald Tusk ha apertamente condannato la demolizione, un atto «che va contro valori europei come la tutela del patrimonio culturale, lo stato di diritto e il dialogo trasparente». A sua volta l’ambasciatore tedesco Peter Zingraf ha aggiunto: «Il crollo del Teatro Nazionale a Tirana all’alba, in quella forma che abbiamo visto, è difficile da capire». Denunce e freddezze che si rifletteranno inevitabilmente sui negoziati in corso per l’adesione dell’Albania all’Unione. Un percorso travagliato e reso complicato dagli ultimi provvedimenti di Rama, tra tutti la micidiale legge «antidiffamazione» approvata lo scorso dicembre, un insieme di norme per controllare l’informazione attraverso una sulfurea «Autorità dei media audiovisivi», tutta nominata dal governo. Nell’arco di 72 ore, a discrezione assoluta dell’Agenzia, ogni presunta notizia diffamatoria pubblicata costerà al giornalista e al suo editore multe salatissime. In più, è obbligatorio pagare l’ammenda per poter ricorrere in tribunale. Alla salute della libertà di stampa e d’opinione.