Una pagina si sta per chiudere. Una pagina ricca di storie lunghe ed importanti, quanto il tempo che è passato dal suo inizio, trent’anni. Trent’anni? Cavolo, la metà della mia vita. Parlo dell’AlexanderPlatz di via Ostia a Roma. Sì, quello di Giampiero Rubei. E chi non conosce Giampiero? Tutti. Ma dico, tutti. Un diluvio di parole, di iniziative, di visioni del mondo, di  sogni. Ed anche di porchetta.

Ci dormiva abbracciato la notte a Castel Camponeschi terzo Campo Hobbit. In quella casa, che chiamavamo Comando, ci dormivamo in tre, Giampiero, Lello Ferdinandi, più qualche visitatrice notturna. Usammo un manifesto di Miguel Bosè (sic!) come finestra. E lui difendeva anche di notte la sopravvivenza della porchetta. Da vendere di giorno, ma ancora da pagare al fornitore.

Il nostro ombelico del mondo, questa è stata per noi la storia dei Campi Hobbit. Dicevo, sogni e visioni. Infatti tra poco l’AlexanderPlatz avrebbe preso corpo. E con quelle pennellate di nero sulla parete comparve un murales in frack, furono le nostre mani, Lello, Nano ed io, ed altri che non ricordo. I sogni vengono alimentati dalle passioni. La musica è stata una nostra passione, parlo al plurale per iniziare a far comprendere dove tende la mia analisi.

Immaginatelo, il Giampierone, con i suoi maglioni vaporosi, con questa corte di Ferdinandi intorno, quelli al plurale, io al singolare, più Daniele Marin, molto più giovani di lui, oppure lui giovane come noi, ma molto più grande di noi. Non il jazz, ma la musica in quanto tale amavamo. Il jazz fu la musica popolare dei primi del novecento. E giù nottate a parlare, parlare, parlare. Stava chiudendo il Music Inn di Pepito Pignatelli, anche lui più o meno per gli stessi motivi di oggi.  C’eravamo cresciuti nel Music Inn. Ma con Rubei sentivi che “noi” si poteva fare. E per NOI intendevamo, il nostro mondo.

Allora ancora di reietti. Quelli che la vulgata generale dei radical chic, pensava  ascoltassimo solo gli Al Bano o Claudio Villa dell’epoca. Noi quelli che, per gli altri, la cultura cosa è, figuriamoci se “sanno di musica e dintorni”. E proprio in quel periodo, non a caso in quel periodo, questa storia inizia a prendere corpo. Sì, noi quelli non diversi dagli altri, con i capelli lunghissimi io, lunghi o corti gli altri. Rubei è stato la sintesi di tutto ciò. Ed allora via, si parte. Passo dopo passo, concerto dopo concerto, il jazz in Italia è diventato “nostro”.

Lo dico con l’orgoglio di appartenenza, lo dico contro quelli che di appartenenza hanno scritto fiumi di parole per dire che no l’appartenenza cosa è?. Lo dico con l’orgoglio che sentivo ogni volta quando si nominava l’AlexanderPlatz  in ogni parte d’Italia, che con il mio lavoro ho girato in lungo e largo, lavorando per le farmacie. La storia di questo locale la conoscono tutti, i nomi di un’infinità di artisti di tutto il mondo, le molteplici iniziative parallele, così le chiamavamo, poi Villa Celimontana, con le sue mostre “fuori dalle righe”, una per tutte “il jazz durante il Fascismo”. Poi ancora Montalcino ed addirittura New York. Dice, come negli Usa? Sì, Rubei e l’AlexanderPlatz hanno “suonato” lì da loro, ma tu pensa.

Poi dopo 14 anni, decido di aprire l’Irish Pub Doolin a Latina. E di fare musica dal vivo. Penso a tre rubriche, una dedicata alla promozione delle band della provincia, una alle band italiane ed estere, una  al Jazz. Nacque così “Il Jazz a Latina”. Con chi volete che ne parlassi? Con Giampiero Rubei, con chi se no? E mi passò un’infinità di nomi che hanno poi calcato il palchetto del Doolin. Alcuni grandi che passavano per Roma, sono passati per Latina. Ed alcuni di loro mi hanno confessato la loro appartenenza al “noi”, ma anche la mancanza di coraggio pena l’impossibilità per loro di suonare in un ambiente dominato dai sinistri.

Quindi il Jazz in Italia era ed è stato lui, l’uomo, Giampiero Rubei, la sua famiglia, il suo locale. E tutta questa cosa è significata una marea di lavoro, di ragazzi e ragazze, di tecnici del suono, operatori tv, giornalisti di tutte le risme, grafici, tipografie e chi più ne ha più ne metta. E per trenta lunghissimi anni, la metà della mia vita. Poi un giorno, d’incanto, i “nostri” arrivano al governo delle cose pubbliche, intendo tutta la filiera dal comune più piccolo fino al governo della nazione. Ergo, così si potrà fare molto di più, ma molto di più.

Invece? Si crolla miseramente. Per incapacità, presunzione, mancanza di visione, assolutamente incapaci di fare sistema o squadra, fate voi.  Questa storia dell’AlexanderPlatz è la cartina al tornasole dei Destri di/al governo. Niente si è stati capaci di sedimentare, di proteggere, di considerare. Certo ora ci sarà chi si straccerà le vesti, chi dirà ma sotto la mia amministrazione eccetera eccetera. No, se oggi si viene calpestati in questo modo, è perché nei vent’anni precedenti non si è RIUSCITI a blindare nulla, tutti contro tutti, prima non ora, prima, cioè durante l’orgia del potere.

Gli altri, quelli, i sinistri,  i vari Marino&Pisapia, non fanno prigionieri. Hanno sempre fatto così dal 1946. Siamo noi, quei noi che alcuni di noi non vogliono più chiamare noi, che non siamo stati capaci di imporre, sì imporre nessuno di valore, ma solo leccaculi certi e poco altro.

Ed allora lunga vita a Giampiero Rubei, all’AlexanderPlatz, ai suoi trent’anni di “cose”, cioè metà della mia vita. E se chiude via Ostia, si può sempre aprire da un’altra parte. A Giampiè, noi siamo sempre quelli del boia chi molla, noi eh? Non quelli che si vergognano ad essere NOI.

Ferdinando Parisella 58 anni, sempre più lacustre, uno che la musica la ama.