La fine annunciata di Abdelaziz Bouteflika (in arabo ‘Abd al-‘Azīz Bū Teflīqa) sarà anche quella del Fronte di liberazione nazionale? E’ una bella domanda che riguarda non soltanto gli algerini ma anche i Paesi più vicini (Marocco, Tunisia con la Libia e il Sahel, in particolare il Mali) e alcuni Paesi più lontani, la Francia soprattutto, ma anche l’Italia.        

L’Algeria è un Paese doppiamente giovane: per la sua popolazione e per la sua storia. Intanto ricordiamo che l’Algeria è nata nel 1962. Prima non c’era. Quando arrivarono i francesi a colonizzarla (metà Ottocento) era un aggregato di etnie e tribù. Si parlava l’arabo ma anche il cabilio, che è un dialetto berbero, e la fede islamica non era diffusa come oggi. Per tenere insieme arabi e berberi il Fln, uscito vincitore dalla guerra antifrancese anche grazie ai vergognosi cedimenti di De Gaulle, ha messo in piedi un sistema di potere che, se vogliamo usare un eufemismo, possiamo definire autoritario.

Ma se il ricordo della guerra antifrancese è sempre più lontano nel tempo, è invece assai vicino quello relativo agli anni 90, quando gli ex-terroristi del Fln si trovarono faccia a faccia con i neo-terroristi del Gruppo islamico armato. Le vittime furono migliaia. A mettere fine al periodo delle stragi e del terrore ci pensò, proprio ventisette anni fa di questi giorni, un colpo di Stato militare.

Il Paese si riconciliò solo in apparenza. Gli islamisti del Gia furono sconfitti, tutt’altro che annientati. Non è un caso che alla riunione dei partiti di opposizione hanno preso parte anche due dei leaders sopravvissuti del Gia. E poi nel 2001 il tentativo di secessione della Kabilia, perennemente ribelle, stroncato con durezza estrema dal Governo militare.

La popolazione algerina ha un’età media di 27 anni e mezzo. Le giovani generazioni, malgrado restrizioni tecnologiche pilotate dall’alto, sono abbastanza influenzate dai social. Non riescono proprio a stare alla logica ammuffita del sistema che soffoca l’Algeria da troppo tempo.  

Il no a Boutleflika non è tanto, o soltanto, un no a questo ottuagenario con una finestra quotidiana di lucidità di un paio d’ore scarse quanto un no proprio a questo sistema di potere che allo stesso tempo lo protegge e lo condiziona, sistema che fa capo al fratello Saïd. Un sistema chiuso, quasi impenetrabile, all’interno del quale da anni è in atto una durissima lotta al coltello tra clan e sottoclan, fradici di una corruzione che ha coinvolto anche l’italiana Eni, raccontata in modo mirabile dal più grande analista europeo di cose africane, Bernard Lugan.

Il rinvio a data da destinarsi dell’elezione presidenziale e il ritiro della (quinta) candidatura di Bouteflika dimostra che il sistema vuole gestire il suo “dopo”, cioè la transizione verso questo “dopo”, magari fino al punto di garantirsi una sua sopravvivenza senza l’anziano e malato fedelissimo di Boumedienne. Insomma un furbesco prolungamento del quarto mandato.

Ma affinchè la manovra riesca c’è da sciogliere alcuni nodi venuti alla luce solo in questi ultimi giorni. Il primo è la crepa che si è aperta all’interno delle Forze armate: non sono più il blocco monolitico che erano nei decenni passati. Il loro comandante, il generale Ahmed Gaïd-Salah, un tempo fedelissimo di Bouteflika, ne ha perso il controllo. Il secondo nodo è il riferimento permanente e stucchevole a una storia che tutti sanno essere stata fabbricata ad arte. Il potere algerino (che è politico e, insieme, militare e che non si è mai rinnovato) non ha mai fatto un serie esame critico sugli orrori inauditi del Fln contro la popolazione che non voleva essere abbandonata dalla Francia (cristiani, mussulmani e ebrei, harkis e pieds-noirs insomma) e su quelli commessi nella lotta atroce contro il Gia.

La caduta di Bouteflika, se e quando ci sarà, non potrà non comportare anche la caduta del Fln e del suo sistema chiuso e corrotto.Ma, scoperchiata questa Algeria figlia della guerra antifrancese e di quella civile, cosa può accadere?

Altra bella domanda.

Può accadere un nuovo, grande flusso migratorio soprattutto delle giovani generazioni. La metà dei giovani algerini è senza lavoro. Prospettive zero. Ormai dilaga una cultura della sopravvivenza senza sbocchi se non quello della fuga verso l’Europa. Ma questo flusso potrebbe essere favorito anche dalla spinta demografica di un Paese che vanta oggi ben undici milioni di donne fertili e che, dopo un picco spaventoso di più del 7 per cento, è tornato sopra il 3 per cento come tasso annuale di natalità, che è il tasso che garantisce una crescita esponenziale della popolazione. Tra pochi anni gli algerini sfioreranno i 50milioni di unità.

E poi c’è la situazione economica. Drammatica.

Nel 2016-2017 c’è stato il crollo del prezzo del petrolio. Nel 1994 ci sono stati i diktat della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (sempre loro!) che hanno imposto al Paese un severissimo piano di “aggiustamento” sociale. E’ vero che c’era un indebitamento colossale. Ma questi diktat internazionali congiunti e micidiali hanno trasformato la popolazione algerina in una massa di clochard. La cura-Grecia insomma, della quale nessuno, nell’Italia attenta alle genti del sud del mondo, si era accorto.

Il passaggio da un’economia statizzata a un’economia aperta ha determinato il sostanziale tracollo delle piccole e medie imprese algerine divorate dalla concorrenza internazionale. Le poche aziende nazionali sono state saccheggiate dagli oligarchi del regime e i loro dipendenti buttati in strada. La lunghe mani cinesi (ma non solo quelle cinesi) si sono allungate sul Paese senza portare grandi benefici, anche perché la mano d’opera delle aziende con gli occhi a mandorla (costando poco per essere competitivi) viene dalla lontanissima terra d’origine, dalle galere maoiste. Chi arriva all’aeroporto di Algeri e va in città costeggia sul bellissimo lungomare il compound con tanto di bandiera rossa nel quale alloggiano i galeotti cinesi che lavorano (gratuitamente) alla costruzione della più grande moschea del mondo.

Disoccupazione strutturale in crescita ogni anno. Economia tutta fondata sul petrolio, senza diversificazioni di alcun tipo. Poca pesca. Agricoltura ai minimi. Un quadro a dir poco allarmante per tutto il Mediterraneo. E intanto il regime tenta una disperata chiusura a riccio per perpetuarsi in faccia alla realtà.

Charles Maurras (una miniera di saggezza senza tempo) diceva: la Repubblica governa male ma si difende bene.