Un altro tocco d’Italia se ne va. O meglio s’invola. Dal primo gennaio Etihad rileverà il 49 per cento d’Alitalia. Un affare per gli sceicchi di Abu Dhabi che hanno “chiuso” la trattativa alle loro condizioni: un sostanziale risanamento e la “normalizzazione” interna. Da subito James Hogan, numero uno di Etihad, ha annunciato le linee guida della nuova gestione: nuovo logo, nuove divise, nuova immagine e, soprattutto, nuovi aerei e nuove rotte. Il tutto in sinergia le compagnie controllate (Air Berlin, Air Serbia, Aer Lingus e l’elvetica Darwin) e gli interessi del ricco quanto callido emirato.

Si chiude così una lunga storia inizialmente gloriosa e poi sempre più triste e fangosa. Dopo un primo ventennio d’eccellenza — negli anni del miracolo economico Alitalia era considerata una delle compagnie più prestigiose e confortevoli del mondo — , l’azienda iniziò ad avvitarsi su stessa e presto i conti si colorarono di rosso cupo. Dagli anni Settanta in poi la politica cialtrona e il sindacalismo più cretino — due costanti del declino nazionale — vampirizzarono senza alcuna vergogna la povera compagnia. Con risultati imbarazzanti, tragicomici.

Tempo addietro, Sergio Rizzo ne “Il declino” raccontava così il disastro «il modo in cui sono stati buttati via i soldi, com’è noto, grida vendetta. Storie leggendarie. Come i pernottamenti degli equipaggi al lussuoso Hotel des Bains del lido di Venezia, dove piloti e hostess venivano portati da un motoscafo che costava di sola andata (poi c’era il ritorno)120 euro di oggi e nelle notti di nebbia impiegava più di un’ora col risultato che se un pilota arrivava tardissimo e aveva poi un volo alle sette di mattina andava a letto in una camera stupenda ma dormiva quattro ore. O come l’esistenza di una commissione di 8 persone che si riuniva solo per decidere che nome dare a questo o quell’aereo…E la “guerra del lettino”? Sui vecchi Boeing 747 erano montate delle cuccette per il riposo dei piloti che avessero superato le 11 ore di volo. Ce le avevano tutti i 13 jumbo della flotta ma non i quattro comperati dalla compagnia Eurofly. I sindacati piantarono una grana. E Alitalia fu posta davanti ad un bivio: assumere altri piloti per consentire turni più corti o montare lettini anche su quegli ultimi veivoli, rinunciando a costosi posti in business. Si decise di monetizzare il mancato riposo. Col risultato che 350 piloti su 2200 in base all’accordo avevano diritto a 1800 euro al mese in busta paga anche se lavoravano sugli aerei che il lettino l’avevano».

Piccole follie a cui si sommarono altre (sempre più gravi) pazzie. Qualche esempio: I cinque aerei cargo con ben 135 piloti, gli uffici esteri assolutamente inutili (in luoghi, come Città del Messico, non servite da decenni da Alitalia), la vicenda di Malpensa (una struttura strategica ma volutamente sottutilizzata in una visione ottusamente romanocentrica). Un disastro pieno, più volte certificato dai processi di Tangentopoli.  Ma nemmeno la “seconda repubblica” riuscì a dare segni di discontinuità e nonostante qualche progetto interessante — come l’alleanza con Klm, subito bocciata —, la compagnia continuò ad affondare nella melma più scura. Le responsabilità vanno equamente suddivise tra destra e sinistra, sindacati assortiti e un personale spesso irresponsabile e avido, terribilmente avido. Nei Novanta, sul corpaccione d’Alitalia svolazzarono — accontentando sindacati d’ogni tinta e ciurme ergofobiche — Prodi e Berlusconi, Burlando e Bossi e Fini. Poi Tremonti.  Insomma, nessuno è innocente. Nessuno. Ultima tappa, l’esperienza dei cosiddetti “Capitani coraggiosi” sponsorizzata dall’ex Cav. in chiave elettorale ma presto rivelatasi insufficiente. Infine la resa definitiva, sigillata dal ministro Lupi e benedetta dal Renzi.

Conclusioni? La nuova Alitalia a conduzione araba probabilmente entro il 2017 tornerà in attivo e sarà parte di un nuovo colosso dei cieli. L’inutile quanto inaffondabile Montezemolo, tra una tartina e l’altra, darà qualche spuzzata di tricolore. Nulla di più. Sicuramente i ritmi di lavoro aumenteranno e (speriamo) anche l’occupazione. Finalmente le hostess torneranno a sorridere, gli aerei saranno puliti e puntuali, la cucina non farà più schifo e sindacalisti e politici nostrani evaporeranno. I dirigenti parleranno altre lingue. L’arabo è un padrone duro, severo ma, talvolta, giusto. E, ogni tanto, persino generoso. Finis Italiae.