Se un grande filosofo come Augusto Del Noce aveva brillantemente intuito che con il Sessantotto il Partito comunista italiano sarebbe evoluto in “Partito radicale di massa” (nel senso “pannelliano” del termine), deve essere chiaro a tutti che con il Covid-19, è probabile un’involuzione della sinistra alle precedenti idee. La trasformazione del pensiero marxista-leninista in antiproibizionismo libertario era solo una “fase transitoria”, una sorta di copertura, un processo camaleontico dietro il quale si continuava a covare il vecchio “odio di classe”.

Dopo la caduta del muro di Berlino, il PCI aveva subito lo smacco di una colossale sconfitta storica, e si dovette adeguare al nuovo corso delle cose. Ma la “società aperta” profetizzata da Karl Popper ha fatto degenerare il liberalismo classico in neoliberismo globale, e, paradossalmente, ha creato le condizioni per una rivincita del comunismo su scala planetaria. In tal caso potrebbe essere interessante leggere un libro uscito nel 2019, “Le tre profezie”, di Giulio Tremonti e che, dopo il propagarsi del Coronavirus, è stato ripubblicato in una versione aggiornata, integrata da una prefazione che approfondisce il tema della pandemia globale. Le tre “profezie” citate da Tremonti, sono quella di Marx sul capitalismo globale, la previsione del Faust di Goethe sul potere mefistofelico del denaro, e infine, l’intuizione di Leopardi sulla crisi di una civiltà che diventa cosmopolita.

La “fine della storia” teorizzata dal politologo Francis Fukuyama che aveva proclamato il trionfo della democrazia liberale all’indomani del crollo del muro di Berlino, rischia di concretizzarsi con la crisi del Covid-19 ma in senso opposto: il neoliberlismo globale, distruggendo stati, nazioni, tradizioni, ha livellato ogni cosa e ha spianato la strada al marxismo, ha fatto cioè da “incubatrice” a un comunismo di ritorno. La “fine della storia”, rischia essere una dittatura comunista globale anziché una democrazia liberale, ammenochè, qualcuno o qualcosa non intervenga per cambiare il corso degli eventi.

In un recente articolo uscito su Libero, lo storico Franco Cardini ha fatto una sua personale analisi. Dopo aver paragonato la pandemia e la crisi economica da essa provocata a una specie di “guerra”, ha lucidamente illustrato come, storicamente, il dopoguerra non è mai stato gestito dalle stesse classi dirigenti che hanno combattuto (o provocato), la guerra. Questo vale anche per quelli che l’hanno vinta, si pensi al caso esaustivo di Winston Churchill. Partendo da questa premessa, il professor Cardini giungeva alla conclusione che prima o poi gli italiani colpiti dalla quarantena, presenteranno il conto alle classi dirigenti, e, nel caso specifico italiano, al governo “giallorosso”. In altre parole c’è da immaginare che finita la lunga crisi, assisteremo a una probabile sconfitta delle forze progressiste e a un’auspicabile rivincita di quelle conservatrici.

Ovviamente ciò è possibile solo se le forze conservatrici non restino immobili, ma si mobilitino per ottenere questo risultato. In tal caso le destre devono agire su due piani: facendo sin da adesso una dura opposizione, vigilando sulla “tenuta democratica” seriamente compromessa da chi usa la pandemia per limitare le libertà e distruggere l’economia, e, secondariamente, si preparino per il “dopo”; abbiano cioè un progetto politico, economico, culturale ben preciso da realizzare quando la crisi sarà alle spalle.

Per decenni, il centrodestra, soprattutto in Italia, ha dovuto soccombere sotto l’eterno ricatto morale dell’antifascismo. In realtà, ben sappiamo che tra i tanti partigiani realmente in buona fede, c’era una componente, quella comunista, che voleva semplicemente sostituire la dittatura nera con quella rossa (come anche intellettuali di sinistra quali Giampaolo Pansa hanno contribuito a far capire, soprattutto alle generazioni più giovani), e pur tuttavia, tra destra e sinistra persiste tuttora una subalternità etica che vede le forze progressiste come liberatrici e quelle conservatrici come responsabili di dittatura e guerra. Quello che sta accadendo in questi giorni e che andrà sempre più ad accentuarsi nei prossimi mesi, potrebbe rovesciare completamente lo scenario, con delle crescenti pressioni liberticide da parte delle forze progressiste e una necessaria “reazione liberatrice” da parte di quelle conservatrici.

Ed è qui il nocciolo della questione. Se per decenni l’azione della destra MSI e Alleanza nazionale era incentrata sulla necessaria reazione alle derive libertarie e nichilistiche delle forze progressiste, le priorità delle reazioni politiche e culturali delle destre, devono adesso essere finalizzate alla difesa della libertà e al ripristino della sovranità nazionale e democratica – popolare. In altre parole, adesso la “resistenza”, dovremmo essere pronti a combatterla noi!

Se come temo, ci sarà una recrudescenza della pandemia, se si tornerà al lockdown, se saranno soppresse le libertà democratiche e ulteriormente colpite le attività produttive, le forze d’opposizione dovranno dare battaglia con “nuove forme”. L’azione delle forze nazional-conservatrici dovrà perciò reagire, resistere, alle devastazioni materiali e spirituali delle derive totalitarie progressiste, e dovranno soprattutto prepararsi per “il dopo”, progettando la “ricostruzione”, trovandosi così nelle condizioni di diventare classe dirigente futura, “classe dirigente”, non solo politica, ma anche culturale.

È una sfida enorme, ma che non possiamo mancare. In tal caso sarebbe salutare ripassarsi alcune illuminanti letture, come “Tecnica del colpo di Stato” di Curzio Malaparte, il quale scrisse quel trattato non certo per insegnare come soffocare la democrazia, bensì, come difenderla da possibili tentativi autoritari, e dove spiegava che ogni “golpe” ha la sua “strategia”, e la reazione difensiva delle istituzioni democratiche deve usare le stesse tecniche, uguali e contrarie, affinché siano efficaci. Altra lettura molto utile di questi tempi è “Trattato del Ribelle”, saggio socio-politico di Ernst Jünger con il suo mitico “Passare al bosco”. Nel libro jungeriano pensato per difendere la libertà individuale, è possibile leggere, tra le altre cose: “Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce per i persecutori, anziché per le vittime, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che non si è ancora piegato”.

Se la denuncia dello scrittore e filoso tedesco, nel 1951, era allora diretta alle “finzioni democratiche”, appare ancora più attuale in tempi nei quali si mette in discussione l’intero impianto democratico con la giustificazione della “sicurezza sanitaria”. Il “passaggio al bosco” jungeriano, è simbolicamente un “entrare in clandestinità”, operare come guerriglieri ribelli, quasi come cavalieri templari, in una sorta di neo Medioevo metropolitano.  “Il bosco – affermava Jünger – è dappertutto: in zone disabitate e nelle città, dove il Ribelle vive nascosto oppure si maschera dietro il paravento di una professione. Il bosco è nel deserto, il bosco è nella macchia. Il bosco è in Patria e in ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza. Ma soprattutto il bosco è nelle retrovie del nemico stesso. (…) Egli conosce bene i campi di lavoro forzato, i nascondigli degli oppressi, le minoranze in attesa che scocchi l’ora fatale… Il Ribelle organizza la rete di informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione”.

Sono concetti profondi, non per tutti, ma terribilmente attuali in questi giorni difficili, e che potrebbero ad esempio trovare strumenti di lotta attuali nei social (censura permettendo). La figura che Jünger descrive, è quella dell’”Anarca” – ben distinto, s’intende – dall’anarchico. L’Anarca riprende alcuni tratti caratteristici dell’Unico di Max Stirner e fonde l’anarco-individualismo con l’aristocraticismo del superomismo nietzschiano, ove l’individuo – ben distinto da quello “astratto” del liberalismo classico – recupera un suo equilibrio tra la dimensione libera della volontà e la necessità della natura e del destino.

La destra – come noi la intendiamo – avendo l’ambizione di concepire l’esistenza come “spirituale”, rifiuta il concetto di individualismo materialistico inteso come egoismo/edonismo, tipici della società neoliberista. Tuttavia, respinge ancor più decisamente, l’appiattimento dell’io a processi omologanti collettivistici di stampo neocomunista. La base di partenza per il superamento della dualità tra io/non-io può essere l’idealismo attualista di Giovanni Gentile, ponendo il problema di superare l’individualismo, conservando l’individualità, anzi, tendendo a esaltarla, pur all’interno di una visione comunitaria della società.

In tal caso, l’io va “trasceso”, calando nella realtà quotidiana l’”individuo assoluto” teorizzato da Julius Evola, pur demitizzandolo. L’”idealismo trascendentale” evoliano crea una connessione tra l’io e la comunità, connotando all’io un’entità esistenziale. Il passaggio dall’”io relativo” del soggettivismo liberale all’”Io Assoluto”, compie il passaggio dall’io al Sé. La destra come noi la intendiamo quindi, non vuole proporre un modello collettivistico e statalista in alternativa a quello individualistico mercatista tipico del neoliberismo, bensì, vuole affermare ancor più la sacralità dell’individuo e le sue inderogabili libertà, quella libertà individuale che il neoliberismo non ha saputo difendere, ma anzi, ha contribuito a compromettere.

Vien da sé che quando parliamo di libertà individuali non intendiamo quelle fin qui diffuse dagli sproloqui radical-chic, quali, aborti, famiglie gay ed eutanasia, distinguendo libertà da anarchia nichilistica. La libertà nella quale noi crediamo, corre parallela alla responsabilità e all’etica: diritti e doveri. Ma è necessario per la destra comprendere che in questi tempi difficili, “legge e ordine” non possono essere le uniche direttive. Alle minacce alle libertà da parte dei rischi di “totalitarismi rossi”, dobbiamo replicare con la “democrazia blu”. Al reazionarismo progressista dominante, dobbiamo rispondere con una Rivoluzione Conservatrice.