Del Sessantotto studentesco italiano si può dire, parafrasando Ennio Flaiano, che fu ” grave ma non serio”. Ha avuto, infatti, gravissime conseguenze sulla scuola, l’università e la cultura, proprio perché non produsse niente di serio. Il moto di contestazione scoppiato negli anni Sessanta, prima negli Stati Uniti poi altrove, fu antisistema ovunque tranne che in Italia.

Qui nemmeno fu tentata una rivoluzione. Semplicemente i figli viziati della borghesia ricca, che costituivano allora prevalentemente, se non esclusivamente la platea studentesca, chiesero banco ai padri, per giocare in proprio e più speditamente le carte dello stesso mazzo: azzerare il principio di autorità anche nella famiglia e nella scuola, come i genitori avevano fatto nello Stato; annullare il merito negli studi, alla stregua di quanto praticato nella politica e nella società; abrogare le regole e spianare gli argini nei comportamenti, in specie in quelli sessuali, secondo l’esempio dei padri.

Non si trattava d’una rivoluzione, semmai d’una evoluzione, un’estensione dell’arrivismo e del lassismo ” democratico e antifascista “, prevalenti nelle leggi e nel costume della Repubblica “nata dalla Resistenza”. Il movimento studentesco non pretese la riforma della Costituzione, ma quella degli esami: non una rivoluzione, ma una facilitazione . E strumentalizzò le cosiddette 3 M, Marx, Marcuse e Marx, non per la radicale trasformazione delle strutture economiche e sociali, ma per la autogestione dei corsi di studio e delle lauree. Esami collettivi, il “diciotto politico”, la promozione per tutti, in nome proprio dell’ideologia progressista e della cultura di sinistra del sistema
In perfetta coerenza con la quale professo’ e praticò con estrema violenza un callido e codardo “antifascismo”, una guerra totale ad un nemico inesistente, per compiacere i detentori del potere. Che li assecondarono, lisciando il pelo e cooptando i più furbi.

Ai Mieli, ai Mughini, ai Boato, ai Manconi, ai Sofri, ai Lerner, che fecero della contestazione un veloce ascensore sociale e politico, e furono rapidamente integrati ai piani alti dell’editoria in specie, del sistema in genere, donde non mancano occasione per edificanti e ben remunerati sermoni al colto e all’inclita, nulla cale di quanto ingenuamente si spinsero ai margini ed oltre della società e della legalità, fino alla tragedia dell’assassinio e del terrorismo.
Figli esemplari di quell’Italia che già Dante battezzò “serva”,(Purgatorio VI, vv. 76/79), e, possiamo aggiungere, marcia.