Una tragedia, modernissima, sta consumando il teatro, antichissimo, dove la si sta recitando. La Sicilia. Anzi. Buttanissima Sicilia. A raccontarcela è Pietrangelo Buttafuoco, catanese d’Italia, con la sua ultima fatica letteraria edita da Bompiani, Buttanissima Sicilia. Appunto. Buttafuoco, di nome e di fatto, chissà quanto avrà faticato per giungere alla conclusione “…che la società siciliana, sia essa civile o meno, è ancora più putrescente della classe politica stessa (io – specifica Buttafuoco – che ho avuto tutto il mio da fare in Sicilia, tra Teatro Stabile di Catania e rapporti istituzionali, me ne ritraggo sporco e intossicato ma questa – chiedo scusa – è solo una parentesi, non un mea culpa e magari sì, una excusatio non petita che l’accusatio, infine, la manifesta tutta. Ecco, chiusa parentesi, però giorno 2 settembre mi farò un bel regalo di compleanno: le valigie per il continente)”.

Parole forti, scritte con lo stato d’animo di una ninfa come Aretusa, che lo stesso autore di Buttanissima Sicilia ricorda. “Sicaniam peregrina colo, sed gratior omni/haec mihi terra solo est. La Sicilia la abito da straniera, ma mi è più cara di qualunque altra terra”. Perché ne siamo sicuri. Buttafuoco ama la sua terra. Molto più di quei siciliani che, per ridicolo orgoglio, la difendono anche quando è indifendibile perché credono ancora nella favola della “terra dove sei nato che va difesa sennò sei un rinnegato”. Buttafuoco non ha niente da rinnegare quando scrive che la Sicilia è “fogna in cui nuota la mafia. E’ la fogna del potere”.

Con lucida analisi è uno dei primi, fra i siciliani, fra gli intellettuali italiani, a chiedere che venga abrogato lo Statuto siciliano. Quell’insieme di norme che da tempo ha reso la Sicilia autonoma solo dal buon senso. Buttafuoco è uno dei primi, fra i siciliani, fra gli intellettuali italiani, a chiedere a Roma, addirittura a Renzi, di commissariare la Sicilia. Magari facendola governare da un Prefetto di ferro come Cesare Mori.

Qualcuno le chiama provocazioni. Magari sanno cosa ispira fino in fondo Buttafuoco nel chiedere tali provvedimenti. Quella diffidenza nella democrazia come panacea di tutti i mali. Altro che rinnegato. In Sicilia, così, scopri – leggendo Buttanissima Sicilia – chi sono gli attori che animano la modernissima tragedia, cioè tutti i mali. Rosario Crocetta su tutti. L’attuale Presidente della Regione a Statuto speciale è il protagonista di una “favola: il pegno di sangue di tanti innocenti è diventato pretesto di un mercato per la carriere dei vinti e il destino tutto ribaltato di una bugia apparecchiata nelle buone intenzioni s’è svelata in un contrappasso: Crocetta che se ne partì per combattere la mafia risultò che sfasciò l’antimafia”.

Buttafuoco non la manda a dire. Con questo libro sfida l’antimafia siciliana, quando questa prende le sembianze e il metodo della mafia. Così si spiegano le parole spese nel libro per raccontare Pietro Grasso e la sua tecnica – in siciliano annacamento – di ottenere il massimo con il minimo. Antonio Ingroia e l’anonimato che gode fra i boss del calibro di Totò Reina. Di Vladimiro Mirello Crisafulli del Pd e le sue frequentazioni chiacchierate, anche se non soprattutto, nei corridoi del palazzo di giustizia di Enna, che tanto imbarazzano Renzi.

Del rimpianto Salvatore Cuffaro che, oltre a scontare con il carcere tutte le sue colpe, ebbe il merito di mettere a governare il turismo in Sicilia “un fuoriclasse come Fabio Granata”. Già il turismo. Buttafuoco ci ricorda che in Sicilia non c’è turismo. “L’Italia è al quinto posto nel mondo tra le mete scelte dal turismo internazionale e solo il 4 per cento di questo risultato scende a Palermo, a Catania o a Comiso. Chi viene in Italia, dunque, non sceglie la Sicilia”. L’allegoria del disastro italiano, come Buttafuoco definisce ancora la Sicilia, sta tutta in alcuni numeri, impietosi, che si trovano a pag. 176 del libro. I 274 dirigenti del Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana costano all’anno 15milioni di euro – 60mila euro a testa -. “Nel 2012 – ci ricorda Buttafuoco – lo sbigliettamento rilassato nei tanti luoghi d’arte isolani ha portato solo 13milioni e mezzo”. Per non parlare del numero dei dirigenti e dipendenti delle soprintendenze, dei musei, delle gallerie e dei parchi. Ripeterli in questa sede non giova ad alcuno.

Come se non bastasse, ci sono altre “eccellenze” che fanno della Sicilia, secondo Buttafuoco “vittima di una condotta sbagliata, per non dire tragica, della politica che, non solo in Sicilia, ha operato e opera come un grande ufficio di collocamento smistando intere generazioni all’interno delle organizzazioni degli enti locali, provinciali e regionali cresciute senza criterio come neoplasie”. La formazione dei futuri siciliani. Settore strategico che Buttafuoco ricorda essere affidato oggi ad una “fuori corso”. In passato, invece, a mastro don Gesualdo, alla cronaca Salvatore Lombardo, e la sua giunta. Il precedente Presidente della Regione a Statuto speciale, ci ricorda l’autore di Buttanissima Sicilia, era un campione in termini di formazione. Come riuscì a formare lui – votato con Berlusconi ma mantenuto in vita dagli antimafia Beppe Lumia e Antonello Cracolici, Pd e animatori dell’attuale presidenza Crocetta – i sottogoverni e le sue emanazioni, con eserciti di inutili nominati, non era riuscito nessuno in Sicilia. Ma tant’è.

Oggi la favola continua. Con Crocetta che “copre il tanfo del pozzo nero di Sicilia con l’incredibile bugia della rivoluzione”. Buttafuoco sembra pessimista. Ricorda nel libro i comizi di Filippo Anfuso, accompagnato da Indro Montanelli, a Castelvetrano e la freddezza degli auditori quando nominava il compaesano Giovanni Gentile. “Proprio lui dovevate nominare – gli rimproverarono – che quando divenne Ministro non volle raccomandare nessuno del paese”. Un altro rinnegato.

Buttafuoco è sicuramente realista. Ricorda le figure dei sicilianissimi Ficarra e Picone e dei loro capolavori di ironia per raccontare i vizi della Sicilia. Di Pif e il suo meraviglioso film La mafia uccide solo d’estate. Ma soprattutto ci ricorda Giuseppe Gaspare Armaro. Con il suo progetto culturale Balat – beni artistici per un lavoro attivo sul territorio – l’ingegnere palermitano che vive a Torino – un altro rinnegato – gioca una partita prestigiosa. “La partita – scrive Buttafuoco – più difficile e più ambiziosa perché “fare” in Sicilia è, già, peccato. Se poi, “fare” significa rimettere a posto parte del patrimonio artistico dell’isola, “fare” diventa allora impresa (quasi) impossibile”. Armaro ce la fa. Come racconta Buttafuoco consegna a Palermo il prestigioso Teatro Politeama, rifatto e funzionale.

Un metodo, questo sì, da imitare. Ma la notizia non ha avuto risalto nelle cronache nazionali. Come la pioggia che ha messo in ginocchio Lipari. Nel libro Buttanissima Sicilia viene paragonata a quella che ha martoriato le Cinque terre. Eppure gli effetti sull’immaginario collettivo sono stati diversi. E tali resteranno. Così come per gli aranceti dell’entroterra catanese. Imprese redditizie siciliane sfigurate, massacrate dal passaggio degli immigrati, lì dislocati dal Ministero. Milioni di euro buttati al vento per dare asilo politico a chi scappa dalla Sicilia e non vuole restare per imparare l’italiano, così come pensato dal progetto di integrazione. “Una così macchinosa teoria – scrive Buttafuoco – che svela l’unica urgenza: dare soccorso ai paesani più che ai clandestini. È questo è il vero contrappasso”. Ma le cronache nazionali non accendono i fari sulla vergogna. Anche perché come conclude Pietrangelo Buttafuoco “la Sicilia non fa notizia. E il suo essersi ridotta a fogna del potere la rende repellente o, peggio, una noia”.

Pietrangelo Buttafuoco
BUTTANISSIMA SICILIA 
Bompiani, Milano 2014
206 ppgg. 12 euro