Le elezioni regionali siciliane, quelle di Ostia e quelle più lontane di Genova, Savona, La Spezia, Livorno e le ex piccole “Stalingrado” d’Italia come Sesto San Giovanni e Monfalcone, hanno visto il crollo elettorale della sinistra, prima tutta unita nel Partito Democratico e poi divisasi con il Movimento di Bersani e D’Alema.

Per motivare queste sconfitte si è parlato di scelte sbagliate dei candidati, di questioni locali, del ruolo accentratore, intrallazzatore ed indisponente di Renzi, delle riforme sbagliate dal “job act” alla scuola.

Il che è certamente vero, tutto ciò influisce nelle scelte dell’elettorato: però è bene tener presente che queste sconfitte elettorali vanno di pari passo con quelle analoghe che tutti i partiti di sinistra variamente denominati stanno subendo in Europa e nel mondo, a cominciare dal Paese egemone anche in termini culturali qual è gli Stati Uniti dove è stato eletto a sorpresa Donald Trump.

Tout se tient”, dicono i francesi. E c’è un fattore comune che lega tutti questi eventi politici ed elettorali che in genere si dimentica: soprattutto lo dimenticano i grandi commentatori televisivi e giornalistici. Questo fattore è lo spostarsi dell’interesse, e delle conseguenti azioni politiche e sociali, della sinistra in tutte le sue articolazioni dai ceti sociali più deboli, dalla difesa del lavoro, dai disagi ambientali e territoriali a quelli della finanza, delle banche, delle “liberalizzazioni”, della globalizzazione, delle migrazioni, degli atteggiamenti sessuali.

E ciò nonostante si fosse in presenza di una grande crisi finanziaria mondiale che ha comportato: tagli alla spesa pubblica; eliminazione di molte tutele sul lavoro (a cominciare da quello a tempo indeterminato che ha creato milioni di “precari”); la contrazione delle previdenza sia in termini di allungamento dell’età lavorativa sia in termini monetari con il ricalcolo delle pensioni, l’eliminazione degli adeguamenti al costo della vita e spesa aggiuntiva per la previdenza integrativa; la diminuzione delle prestazioni del servizio sanitario nazionale che comporta difficoltà per curarsi soprattutto per la prevenzione e maggiore spesa individuale per ricorrere a servizi privati; i disagi sociali e le maggiori spese derivanti dall’immigrazione incontrollata di centinaia di migliaia di persone; il degrado territoriale delle città abbandonate a sé stesse, senza finanziamenti e piani regolatori. Sul piano produttivo, la globalizzazione ha indotto la “delocalizzazione” delle industrie nazionali in altri Paesi per lucrare sui bassi costi del lavoro, dell’ambiente e del fisco causando però la disoccupazione nel Paese di origine.

Molto altro ci sarebbe da scrivere su tutti questi aspetti: eppure, dinanzi a questo quadro negativo e preoccupante, soprattutto per i ceti popolari, la sinistra italiana e mondiale (“l’Ulivo mondiale”, lo chiamava Veltroni) ha chiuso gli occhi, accusando i critici e gli interpreti del disagio popolare come “populisti”!

Ma ciò non poteva essere per loro una sorpresa perché quei fenomeni, i tradimenti della sinistra rispetto alle sue finalità storiche, lo spostamento verso una “destra” sempre più attenta ed interprete delle questioni sociali, erano stati denunciati da molti sociologi e filosofi provenienti proprio da quegli ambienti, che li hanno esposti nei loro libri. Ne citiamo tre: Luciano Gallino, che ha scritto i libri “Finanz-capitalismo” e “Il colpo di Stato di banche e governi”; Luca Ricolfi, che ha scritto i libri “Perché siamo antipatici?” e “Sinistra e popolo”; Diego Fusaro, che ha scritto i libri “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario”; “Europa e capitalismo”; “Minima mercatalia: filosofia e capitalismo”.

Dovremmo aggiungere anche i libri di Giulio Tremonti (“Rischi fatali”,La paura e la speranza”, “Mundus furiosus”): però, poiché egli è considerato – più o meno esattamente – di “destra”, non può essere preso come esempio dalla sinistra.

Per meglio indicare a quale punto di crisi ideologica e morale sia giunta la sinistra, citiamo un’intervista a tutta pagina rilasciata domenica scorsa, proprio il giorno delle elezioni, dal succitato Diego Fusaro al quotidiano “La Verità”, ottimamente diretto da Maurizio Belpietro, intitolata “La sinistra è la nemica delle classi deboli” il cui contenuto può essere reso dalla citazione delle seguenti espressioni:

da anni le loro leggi sono a favore del capitalismo…l’unica religione è il mercato, che sposa il gender sessuale perché distrugge l’identità…la sinistra è passata dal Quarto Stato di Pelizza da Volpedo al terzo sesso…”. Egli poi aggiunge una frase che a noi suona familiare: “la mia coscienza di anticapitalista ha idee di sinistra e valori di destra. Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, comunità solidale, attenzione per gli oppressi, uguaglianza. Idee di destra: identità, nazione, patria, famiglia, lealtà, religione.” Ci sembra di ricordare un certo manifesto del marzo 1919…

Ora, se questa è la situazione, una grande responsabilità incombe sui movimenti politici di destra, definiti genericamente “sovranisti” o “populisti” che hanno partecipato a queste vittore ottenendo seggi ed influenza. Poiché per necessità di cose sono stati costretti ad avere delle alleanze con ambienti che non hanno visioni culturali e sociali ben radicate, devono far sì che nella futura gestione delle amministrazioni pubbliche i principi suesposti e fatti propri da qualificati ambienti intellettuali siano tenuti sempre ben presenti, affinché il popolo che ha dato loro fiducia proprio per contrastare i tradimenti della sinistra li continui a sostenere anche per le azioni e realizzazioni effettuate. In caso contrario, quei successi svanirebbero come neve al sole e s’incrementerebbe l’area – già assai consistente – del non voto oppure del secessionismo territoriale. Attenzione quindi a non esaltarsi troppo: bisogna comprendere la situazione economica e sociale, intervenire in modo positivo, ridare speranze e dignità al popolo colpito da uno sfruttamento capitalista e finanziario incontrollato e dai tradimenti delle classi politiche nazionali.