Al momento in cui scriviamo, non sappiamo se il Parlamento greco approverà formalmente entro oggi l’”ultimatum” (dato come se si fosse in guerra….) consistente in interventi restrittivi sulle pensioni, aggravio di imposte e soprattutto il fondo di garanzia di cinquanta miliardi.

Sembrano, queste, misure che un tempo gli Stati più forti imponevano a vicini riottosi a sottomettersi per scongiurare un’invasione militare ed un’annessione forzosa. Non ci sono i militari stavolta, non ci sono bombardamenti e carri armati, né ci sono apparenti vittime: ma le vittime ci sono ugualmente e sono costituite – al di là dei numerosi suicidi che, come in Italia, sono commessi da persone precipitate nel baratro della miseria e dei fallimenti – dai poveri in aumento crescente che fanno la fila per avere un piatto di minestra, dai disoccupati, dalla mancanza di cure e di medicine, dalla perdita del tenore di vita e, soprattutto, della dignità individuale e di popolo.

Assume particolare rilevanza, poi, quel fondo di garanzia che di fatto è un’ipoteca sui più importanti beni pubblici della Grecia, amministrati sotto il controllo della famigerata “troika” (denominazione che ricorda il politburo sovietico ed i “Tre Grandi” riuniti a Yalta…). Vi sono le principali imprese ancora nazionali, i porti (cruciali per un Paese come la Grecia), isole turistiche: tutti beni che, stringendo ancora un po’ il cappio alla gola di quello sventurato Paese, le multinazionali si preparano ad acquisire ai prezzi da loro stessi fissati….

Ora viene rimproverato Tsipras per la sua accettazione dell’ultimatum eurousuraio: è probabile che egli si sia impaurito della conseguenze, o che fin dall’inizio abbia bluffato con il suo stesso popolo. Non possiamo esprimere giudizi definitivi, potrebbe riservarsi qualche altro colpo di scena. Ma sta di fatto che ormai è chiaro a tutti come l’Unione Europea, e soprattutto la costruzione eretta intorno all’Euro, sia quella “prigione” di cui abbiamo scritto il 30 giugno su “Destra.it” e dalla quale non si può uscire. Ormai tutti i popoli europei hanno compreso, sia dal voto referendario del 5 giugno sia dall’ultimatum imposto alla Grecia, che questo è il vero volto di questa presunta Unione Europea e del suo strumento di costrizione costituito dall’Euro. Ciò potrebbe però essere il principio della fine di questa costruzione giuridico-economica (ma non politico-ideale) che è l’attuale Unione Europea.

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Ed a questo proposito permetteteci di ritornare sul nostro recente commento intitolato “L’ossessione dell’inflazione” con un’altra osservazione.

Quando fu istituito l’Euro ed il suo braccio operativo della “Banca Centrale Europea”, fu ovviamente impedito agli Stati di continuare ad emettere la loro moneta perché tutto sarebbe stato demandato alla B.C.E. Bene: però quelle regole non impedivano agli Stati di finanziarsi emettendo titoli di debito, nonostante il “tetto” del 60% stabilito a Maastricht. Perché fu lasciata quella libertà? Perché quei titoli, ovviamente, dovevano pagare degli interessi ed essi erano acquistati in prima battuta dai cosiddetti “operatori istituzionali”, ossia banche, compagnie di assicurazione, organismi di gestione dei risparmi: tutti appartenenti agli stessi proprietari delle banche.

Le banche, poi, non solo usufruivano degli interessi pagati dallo Stato ma poi rivendevano quei titoli, od a loro volta prestavano denaro, ad interessi ancora più alti. Per evitare i problemi nella restituzione dei titoli da parte dello Stato emittente, fu costituito il “Fondo Salva Stati” – finanziato da tutti gli Stati europei mediante la fiscalità generale – che li rimborsava (alle banche) al posto dello Stato insolvente.

Questo meccanismo, con il passare degli anni, non ha fatto altro che provocare l’incessante aumento dei debiti degli Stati (quello italiano è passato dai 1.900 miliardi del giugno 2011 – prima del complotto dell’aumento dello spread per eliminare il governo Berlusconi – ai 2.218 miliardi del mese di maggio 2015, come comunicato dalla Banca d’Italia con un aumento del 17% in quattro anni: se ci fosse stata l’inflazione, sarebbe stata solo del 4% all’anno, di fatto inavvertita, risparmiando anche 10 miliardi d’interessi), gli ingenti guadagni sugli interessi da parte delle banche acquirenti od intermediarie, l’aumento della fiscalità e dei sacrifici sui popoli per pagare sia gli interessi che i parziali rimborsi dei debiti, un ulteriore aumento del prelievo fiscale per sanare i crediti delle banche tramite il “Fondo Salva Stati”.

Un meccanismo perfetto che sembra (e lo è) creato ad arte per impoverire gli Stati ed i popoli, facendo arricchire solo le banche.

E’ un altro aspetto, più sottile e meno sanguinoso del passato ma forse più drammatico per la vita e la morale dei popoli, di quella “guerra del sangue contro l’oro” che l’Italia, orgogliosamente e coraggiosamente, volle combattere, perdendola, nel 1940: la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini del 10 giugno 1940 è una sintesi illuminante della situazione odierna!

Come uscirne? Tsipras e la Grecia avevano solo una strada: dire chiaramente che o si faceva una moratoria sul debito rinviando la restituzione del capitali e sospendendo il pagamento degli interessi di almeno dieci anni ovvero disdettavano formalmente, apertamente e praticamente l’adesione all’Euro iniziando a stampare una propria moneta nazionale, stabilendole un cambio con l’Euro. Altre strade non ce n’erano, salvo continuare a giocare a tira e molla con i “negoziatori” europei promettendo e non applicando: però con quelle potenze economiche i bracci di ferro e gli inganni si perdono sempre.

A nostro parere, comunque, la situazione non è ancora definita: la Grecia precipiterà ancor di più nel sottosviluppo, l’Unione Europea e la Germania hanno perso prestigio e si stanno attirando l’ostilità di molti, i movimenti politici antieuropei si stanno rafforzando, gli economisti ed i commentatori politici (anche quelli tedeschi ed americani) criticano la situazione. Come ha scritto Maurizio Blondet, Bruxelles ha vinto una battaglia ma non la guerra