A chi, con saggi e “capolavori” storici (Franco Filippi, il collega Mauro Canali e Clemente Volpini), enfatizzati oltre ogni assennata misura dall’ottantanovenne Corrado Stajano, narra delle “ruberie” dei gerarchi fascisti e dei “bluff” di Mussolini, sarebbe da chiedere la ragione per cui la loro Repubblica, onusta di pregi e di valori, nata dalla Resistenza,  si sia liquefatta nelle componenti essenziali (i partiti ciellenisti, eccetto il PCI, blindato dalla magistratura) per colpa del “mariuolo” Mario Chiesa mentre il fascismo è caduto solo grazie agli alleati ed ai loro bombardamenti con decine e decine di migliaia di vittime innocenti dimenticate dalla Repubblica.

   Mentre, però, la sinistra, pur sconfitta in politica e principalmente dalla storia, coerentemente insiste nel culto dei propri numi tutelari (Gramsci e Togliatti) e con la rivisitazione di luoghi comuni o di maestri di pensiero (il lavoro di Padulo e il convegno su Rosario Villari), a destra non ci si cura e ci si vergogna delle proprie radici qualificanti, soffocate sotto altre etichette velleitarie e prive di identità.

   Nel suo pamphlet “Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche”, Alberto De Bernardi ha cercato invano di “diradare la nebulosa di incrostazioni ideologiche e di false concettualizzazioni che innervano l’uso della storia nel dibattito pubblico e nella lotta politica”. Uno dei non frequenti passaggi accettabili nel saggio è costituito dal riconoscimento tributato ad Emilio Gentile per la sua indagine approfondita sugli elementi costitutivi del regime negli anni trenta. Essa ci offre – colmando un vuoto pesato per decenni – “una ricostruzione storica che sta già cominciando il suo accidentato cammino nella formazione scolastica delle giovani generazioni [curate da docenti allevati nel culto indiscutibile dell’antifascismo] anche nel discorso pubblico [fatica assolutamente improba]”.

   Alla “formazione scolastica delle giovani generazioni” nessuno mai ha potuto proporre o meglio a nessuno mai è stato reso possibile, anche negli esecutivi di centro – “destra”, in tutt’altre faccende affaccendati, proporre la conoscenza di un ambiente e di uomini, più che demonizzati, criminalizzati senza scampo da oltre 3/4 di secolo.

   Con profonda soddisfazione ha ritrovato nella mia biblioteca un volume antologico sul nazionalismo, curato nel 1969 da Francesco Perfetti. Nella lunga introduzione l’allora giovane studioso, poi divenuto apprezzato storico, ridisegna l’intera parabola del movimento, soffermandosi anche nei suoi faticosi momenti iniziali e nelle non tranquille assemblee congressuali, comunque chiarificatrici. Perfetti non può fare a meno di tacere – e non è semplice curiosità o malizioso pettegolezzo – la collaborazione, recata fino al 1919, alla rivista “Politica” , “la più ideologicamente qualificata e qualificante del movimento, da un certo Benedetto Croce.

   Saliente risulta nella analisi del contingente e nella proiezione sul futuro, realizzato integralmente, è l’editoriale di apertura del mensile, varato nel 1918 da Francesco Coppola e Alfredo Rocco, ed uscito fino al 1943.

   Le ragioni della partecipazione nel conflitto europeo, poi mondiale, dell’Italia sono individuate con lucidità e forza dialettica, così come sono sottolineate e colte con acutezza premonitrice le intenzioni ed i programmi degli Stati Uniti.

“ Più complessa natura ebbe l’intervento italiano, che fu, specialmente, determinato dal conflitto secolare tra italianità e germanesimo, tra italianità e slavismo. […]. La partecipazione dell’America ebbe il suo fondamento effettivo in una necessità nazionale ed imperiale meno immediata, meno evidente, ma non meno incontestabile […] la volontà di intervenire in posizione preponderante nella politica mondiale, e prima di tutte nella politica dell’Europa, e di invertire rispetto a questa il rapporto di potenza preesistente”. La Repubblica a stella e a strisce rappresenta, poi,un esempio unico di Stato, “in cui la coscienza della missione imperiale dell’America è talmente profonda e diffusa da determinare una politica ispirata al più vasto e lungimirante imperialismo, che ricordi la storia”.

  Coppola e Rocca dettano un imperativo, attuale e vivo, che la destra, se vuole definirsi tale, non dovrebbe mai perdere o offuscare: “Servire lo Stato è il dovere di tutti, ma è, anche l’interesse di tutti. Più forte, più potente, più ricco è lo Stato, più alta e più prospera è la vita dei cittadini”.