Più che un interrogatorio finito male l’affare Khashoggi — il giornalista torturato e ucciso nel consolato saudita di Istanbul — è la fotografia di un regno sull’orlo dell’abisso. Un regno che Mbs, il 33enne principe ereditario Mohammed Bin Salman, sognava di plasmare a sua immagine e somiglianza.

Tutto inizia tra anni fa quando l’ottuagenario e malconcio papà Salman, da poco nominato sovrano regala il ministero della Difesa a quel figlio borioso e ombroso. Grazie all’irruenza di Mbs e all’appoggio dell’America di Obama l’Arabia Saudita si ritrova alla testa della coalizione impegnata a contrastare i ribelli Houti filo iraniani nello Yemen. In pochi mesi Mbs trasforma un sonnacchioso conflitto in una guerra spietata combattuta a colpi d’indiscriminati quanto inutili raid aerei costati le vite di migliaia di civili. Ma per Obama, come per Trump, Mbs è l’indispensabile perno su cui far girare le alleanze anti-iraniane in Yemen, Siria, Irak e nel resto del Medio Oriente. E questo significa chiudere gli occhi sulle sue malefatte.

Così quando, nell’estate 2017, Mbs mette da parte lo zio Mohammed Bin Nayef, vero erede al trono e prezioso alleato nella lotta ad Al Qaida, Washington sceglie di tacere ignorando non solo il sopruso, ma anche il sostegno offerto al principe dai settori del clero wahabita assai vicini al terrorismo. Con la stessa logica vengono perdonati sia il sequestro del premier libanese Saad Hariri, bloccato a Riad nel novembre 2017 per punirne l’eccessiva disponibilità verso Hezbollah, sia la minacciata invasione del Qatar, l’emirato, sede delle basi Usa, colpevole d’illecita concorrenza nella lotta alla supremazia regionale. A far da contraltare ai peccatucci dell’esuberante principino arrivano, però, i contratti per l’acquisto di 110 miliardi di armi concordati con Donald Trump durante la trasferta saudita del maggio 2017.

Al di là dei dollari, vi è poi la politica. Da buon amico del genero Jared Kushner, l’erede saudita diventa il punto di riferimento per un nuovo piano di pace della Casa Bianca capace, nelle intenzioni, di mettere d’accordo israeliani e palestinesi. E a far da schermo alle mascalzonate inanellate da Mbs già prima dell’affare Khashoggi contribuisce «Vision 2030», il piano di rilancio dell’economia saudita incentrato sulla trasformazione dell’Aramco, la compagnia petrolifera da oltre un trilione di dollari, in una società per azioni. Un progetto visionario rivolto a ridurre la dipendenza dal greggio, reinvestire in progetti di differenziazione economica e avviare il rinnovamento socio politico del più oscurantista regno mediorientale. Un piano che i lobbisti della casa reale rivendono come prova della presunta indole riformista di un Mbs pronto a concedere alle donne il permesso di guidare da sole. In cambio incassano l’oblio sulla condanna alla decapitazione di Isra al-Ghomgham, colpevole di aver difeso i diritti femminili, le torture al blogger Raif Badawi accusato di ateismo, le condanne di centinaia di oppositori e la feroce repressione delle dimostrazioni sciite nelle regioni orientali del Paese.

Un crescendo culminato nel novembre 2017 con la detenzione di decine di esponenti della casa reale accusati di corruzione e costretti a devolvere a Mbs ampie fette del proprio patrimonio per tornare in libertà. Bazzecole su cui chiudono gli occhi non solo Trump e famiglia, ma anche i più bei nomi del presunto mondo liberal americano. E così lo scorso aprile durante il tour americano del principino non c’è uno – da Oprah Winfrey a Elon Musk, dal capo di Apple Tim Cook al suo antagonista di Microsoft Bill Gates fino a Michael Bloomberg e Thomas Friedman che rinunci a baciare la pantofola di Mbs. Un ossequio che oggi tutti vorrebbero dimenticare. A cominciare dai vertici di un’America drammaticamente consapevole di aver consegnato le chiavi della sua politica mediorientale a un ormai impresentabile aspirante tiranno.