Non c’è niente da fare: il peronismo è l’anima dell’Argentina. Dal 1946. Nulla sembra scacciarlo definitivamente dal cuore del popolo che, pur essendo diverso da quello che acclamò Juan Domingo Perón settantatré anni fa come il “Salvatore della Patria”, continua a vederlo come il fondamento dell’unità e dell’identità nazionale.
Camuffato, distorto, travisato, sfregiato da generali felloni e assassini, piegato alle logiche globalista e mercatiste, ma sempre vivo quando riappare, qualcuno che senza preconcetto e finzioni si proclama in qualche modo erede del fondatore del giustizialismo, per quanto un partito che lo richiami alle sue origini di fatto non esiste più, è sempre disposto ad uscire dall’ombra e riportare il peronismo, ancorché trasformato profondamente, alla Casa Rosada.

Ci ha provato, riuscendoci, avendo contro i mercati mondiali (la Borsa ha reagito malissimo), Alberto Fernandez che ha vinto al primo turno, con l’appoggio determinante dell’ex-presidente Cristina Fernandez de Kirchner, raccogliendo il 49% dei voti. Lo sconfitto, il fatuo Maurizio Macrì, uomo dei poteri forti e degli interessi extranazionali di cui era il terminale affidabile, ha ottenuto poco più del 40%. Può consolarsi, si fa per dire, con il successo del suo sodale Horacio Rodriguez Larreta che ha conquistato il comune di Buenos Aires, mentre la grande provincia della capitale è andata ad un fedelissimo della Kirchner che ha battuto l’ uscente Maria Eugenia Vidal.

Il movimento Cambiemos, liberista e radicale, occhieggiante alla socialdemocrazia, è stato battuto dal popolo che le ricette del Fondo Monetario Internazionale non le ha mai digerite, considerandole ispirate da governi che avevano interesse a mettere le mani sull’economia argentina ed appropriarsi delle sue politiche economiche finalizzandole a quel progetto neo-colonialista che si sta faticosamente – e non senza gravi traumi – concretizzando nel sub continente americano, dal Venezuela alla Colombia, dall’ Ecuador al Brasile, al Cile.

L’Argentina non è “caduta” come al Fmi si aspettavano. Alberto Fernandez sessantenne politico fedele ai Kirchner e al peronismo è stato capo del Gabinetto dei Ministri durante l’intera presidenza di Nestor Kirchner e nei primi mesi di mandato della moglie succedutagli dopo la morte prematura. Dal 2003 al 2008 ha praticamente tenuto le fila della presidenza Argentina. Ma l’inizio della militanza politica risale al 1982 quando diventa presidente della gioventù del Partito Costituzionale Nazionalista, affiliato al peronismo, e dalla vita effimera, per poi passare l’anno successivo al Partito Giustizialista suo incarico come capo di gabinetto dal 2003 al 2008.

Quando lo spoglio elettorale la notte scorsa è giunto al 90,33%% del totale dei voti espressi, il popolo peronista è esploso. Le invocazioni ad Evita Peròn e al Generale si sono fatte sentire sempre più potenti a Buenos Aires. L’aria è cambiata in poche ore. Il “Sí, se puede” slogan ossessivo di Macrì è stato sbeffeggiato in tutti i modi. La prima impressione, peraltro colta durante la campagna elettorale, è che la gente si sia ripresa il proprio destino. Il presidente sconfitto, tuttavia, lascia sostanzialmente un bilancio pubblico senza deficit e buone condizioni sulle quali costruire l’import-export, dovuto essenzialmente alla contrazione delle esportazioni. È però innegabile che il Paese viva nel pieno di una drammatica recessione e di un calo della produzione industriale che ha fatto lievitare la disoccupazione e la povertà, mentre le classi più agiate, con i loro traffici internazionali, protetti dalle leggi, sono riusciti finora a sopravvivere alla crisi che assomiglia molto a quella delle altre democrazie sudamericane.
L’inflazione, poi, (quasi al 60%) ha provocato la contrazione dei salari innescando una costante svalutazione del peso.

La politica del Fmi ha esercitato una forte ingerenza nella vita pubblica e nelle scelte del governo argentino. Ha ottenuto, tra l’altro, l’abolizione della legge che puniva coloro che svuotavano a fini di lucro imprese o banche, impedendo di processare finanzieri, industriali e banchieri. E poi la legge sui fallimenti che prevede che comunque vadano le cose nelle aziende dissestate, i creditori rimangano in posizione privilegiata diventando proprietari delle imprese debitrici. Insopportabile per molti operatori economici e per tanta gente che ha investito trovandosi più povera. Per di più il Fmi invierà in Argentina una delegazione di esperti per elaborare un programma finanziario comprendente. Un colpo durissimo alla sovranità nazionale argentina. La crisi dello Stato e la perdita di prestigio dell’economia nazionale vengono addebitate a Macrì. La risposta dell’elettorato non si è fatta attendere.

Il nuovo presidente ridurrà la spesa pubblica, modificherà la legge sui fallimenti, abolirà la legge di cambio, combatterà energicamente il riciclaggio e la corruzione che hanno devastato l’ Argentina negli ultimi anni? Da Alberto Fernandez si attendono risposte, in linea con la difesa dell’interesse nazionale. Un caposaldo mai messo in discussione da tutti i peronisti che si sono succeduti alla guida dell’Argentina dal 1946. A Buenos Aires si discute apertamente di cambiamenti radicali nella sfera istituzionale e di restaurazione dello Stato. Impresa non facile.