Le elezioni amministrative per Roma ed altre città hanno ancora una volta attirata l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica sull’elevatissimo tasso di astensione registrato, che a Roma è stato quasi pari alla metà dell’elettorato.

Riguardo questo dato si sono date interpretazioni politiche, ad esempio quelle relative alla sfiducia verso i due principali candidati, ovvero alla critica indiretta verso un governo di larghe intese, ovvero al riflusso verso l’astensione di un’aliquota molto consistente (del 53%) di quelli che alle precedenti elezioni politiche di pochi mesi fa avevano votato per il movimento di Grillo. Sono certamente in parte vere tutte queste motivazioni, ma a nostro parere il fenomeno dell’astensionismo va valutato molto attentamente, perché è la spia di un mutamento sostanziale della visione che il popolo italiano ha della politica, e che a nostro avviso non può riferirsi solo ed esclusivamente alla corruzione ed agli abusi manifestati da alcuni esponenti politici. In caso contrario, esso avrebbe dovuto verificarsi in modo consistente fin dalle prime elezioni dopo “tangentopoli”, quelle del 1994, ed invece allora la percentuale di votanti fu altissima, pari all’86%.

Noi infatti riteniamo che la protesta contro la corruzione della classe politica (peraltro accortamente manovrata ed esasperata da alcuni organi di stampa, a cominciare dalla coppia Stella-Rizzo del “Corriere della Sera” i quali non manifestano questo stesso accanimento nei confronti di altre “caste”, come ad esempio quelle dei banchieri, dei magistrati e dello stesso mondo giornalistico) sia solo una delle componenti, e non la principale, del fenomeno astensionistico.

Vi sono altri fattori convergenti.

Una delle concause è certamente la forte crisi economica che perdura ormai da anni e che travaglia la vita di milioni di persone, a cominciare dal ceto medio e dai piccoli imprenditori che non hanno alcuna prospettiva di miglioramento per il futuro: le preoccupazioni per la vita quotidiana fanno passare in secondo piano l’interesse per la politica e le elezioni.

Ma questo disinteresse nasce da un altro fattore, il principale, che è la cognizione chiara che oggi, per effetto dell’assetto costituzionale interno italiano immodificato e dell’inserimento nell’Unione Europea, la politica, intesa come Governo nazionale ed Amministrazione Locale, non può fare nulla in modo autonomo.

Ormai, la metà – se non forse di più – della legislazione nazionale è solo la trasfusione nel nostro ordinamento delle normative europee, siano esse “direttive” od accordi (al limite dell’incostituzionalità nazionale ed anche europea) come quelli sulla “stabilità finanziaria”. Inoltre, quanti cittadini sanno che ogni anno, con la “legge comunitaria”, sono introdotti senza alcuna discussione e senza alcuna possibilità di modifica norme elaborate dalla Commissione Europea che incidono sulla nostra vita quotidiana, e di cui ci accorgiamo solo al momento di effettuare qualche acquisto, qualche opera, qualche documento?

Il popolo non conosce nei dettagli queste procedure, ma ha la nettissima sensazione che tutto sia teleguidato da lontano, da enti che non ha scelto e su cui non può influire, e che anche l’ampolloso e pletorico Parlamento Europeo, eletto addirittura con le preferenze, ha solo scarsi poteri d’incidenza sulle politiche europee imposte agli Stati Nazionali. A che serve votare, allora?

Un altro elemento, che indicavamo prima, è il sistema costituzionale italiano. I governi ed i sindaci, nei pochi spazi di autonomia a loro rimasti, possono certamente adottare leggi, regolamenti, normative, direttive, delibere, nomine e quant’altro sia di loro pertinenza. Ma poi interviene un ricorso al Tar, una pronuncia della Corte Costituzionale (un inciso a questo proposito: l’intervento di questa Corte è del tutto assurdo visto che le leggi – prima della loro promulgazione – sono vistate e firmate dal presidente della Repubblica il quale può eccepirne la costituzionalità. Quindi, od è un incapace il presidente della repubblica con tutti i suoi consiglieri, od è un complice: in ogni caso, non potrebbe restare al suo posto dopo una pronuncia d’incostituzionalità!) a vanificare il tutto: ed allora, a che serve eleggere un governo ed un sindaco, quando basta un giudice, non eletto da nessuno, ad annullare il suo operato ed a paralizzarne l’attività?

Infine, vi è un altro fattore che motiva l’astensionismo, soprattutto quello giovanile che sembrerebbe il più consistente. La tempesta di “tangentopoli”, più o meno teleguidata da forze antinazionali, ha prodotto la cosiddetta “fine delle ideologie”, nel senso che i partiti ed i movimenti politici non sono più ispirati da visioni della vita e della società basate su concezioni filosofiche, storiche, culturali, sociali. Dopo di che, i partiti si sono trasformati chi più chi meno in movimenti basati su una sola persona che li anima (i casi di Berlusconi e Grillo, pur diversi tra loro, sono specularmene simili), mentre i giovani (che non hanno più le “scuole di politica” dei movimenti giovanili o studenteschi ispirati dai partiti) sono stati distratti e “drogati” – nel senso figurato ma anche proprio del termine – dal divertimento fine a sé stesso, dalla nuova tecnologia informatica, dalla ricerca spasmodica del successo finanziario eliminando qualsiasi tipo d’interesse per la politica, le questioni sociali, la religione, la cultura, e potremmo aggiungere anche l’amore e la famiglia. A queste condizioni,  che volete che interessi più a loro impegnarsi e battersi per un ideale, per un movimento politico, per un’elezione?

Questo è quindi il drammatico panorama che abbiamo avanti. Crisi dei pubblici poteri eletti dal popolo che non possono fare nulla che non sia deciso ed approvato da un lato dall’Unione Europea e dall’altro dalla magistratura di tutti i tipi; crisi della cultura politica; crisi del mondo giovanile che, per la prima ed unica volta nella storia dei decenni trascorsi, non ha più alcun desiderio di lottare per cambiare la società ed il mondo e vive alla giornata.

Come se ne esce? Ritornando ai valori fondamentali della Nazione e dello Stato, riaffermandoli con forza non facendosi incantare dalle sirene del “politicamente corretto”, insegnando ai giovani a lottare per cambiare il sistema.

Un sistema che deve essere quello di una “democrazia sovrana”: se la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della Costituzione, quando il popolo la esercita tramite il voto deve essere veramente tale, e non deve soggiacere a nessun altro potere, siano essi quelli imposti dall’esterno o quelli autoattribuitisi dalla magistratura.

Allora sì, se il popolo vede che il suo voto, la sua scelta ha veramente effetti di cambiamento e di decisione, torna a votare, come faceva in massa prima della tragica (per l’Italia) stagione di “tangentopoli”: e votando sceglie anche chi sappia rappresentarlo.