Il 2011 è stato l’anno delle primavere arabe. Il 2019 è l’autunno del nostro scontento, l’anno della rabbia e delle rivolte globali. Scoppiano come uragani dal Cile alla Catalogna, dal Libano all’Ecuador passando per Hong Kong. Cercare un comune denominatore tra le scorrerie notturne dei giovani indipendentisti catalani con molotov e felpe nere, la rabbia delle piazze cilene dove si muore per il prezzo del metrò e quella del popolo di «whatsapp» pronto ad assediare un governo di Beirut colpevole di voler tassare le telefonate gratis in rete può sembrare assurdo. Al di là della giovane età dei protagonisti, comune ad ogni rivolta che si rispetti, almeno due elementi, però, collegano gli scenari di Libano, Catalogna, Ecuador, Cile e Iraq con quelli, ancor più lontani e diversi di Hong Kong.

Il primo è il totale disconnessione con i grandi media e l’informazione tradizionale. Il secondo, conseguenza diretta del primo, è la totale mancanza di speranza nella politica corrente esibita da chi scende in piazza. Prendiamo i disordini in Catalogna. I protagonisti della guerriglia notturna che incendia le strade di Barcellona sono tutti figli di quella generazione che ha creduto follemente nell’utopia di una secessione. Dopo il fallimento di un referendum illegittimo, la criminalizzazione della leadership secessionista e le pesanti condanne decretate contro di essa è difficile trovare qualcuno capace di sostenerne le ragioni sui media spagnoli. Eppure il fuoco della rabbia anti Madrid dilaga su incontrollabili applicazioni internet pronte a diffondere di telefonino in telefonino le parole d’ordine della mobilitazione.

Lo stesso vale per Hong Kong. Per i giovani pronti a sfidare il gigante cinese non esistono media di riferimento. E non solo perché nessuno se la sente d’inimicarsi Pechino, ma anche perché pochi sono disposti ad assumersi la responsabilità di fomentare una rivolta che rischia di portare ad una nuova Tienanmen. Eppure la protesta continua ad autoalimentarsi. All’epoca delle primavere arabe la tesi della rivoluzione capace di propagarsi via internet e via social era soprattutto una favoletta. Una favoletta indispensabile per dissimulare il ruolo giocato da un Qatar padrone, in quel 2011, dell’informazione grazie ad Al Jazeera e delle piazze grazie alla Fratellanza Musulmana.

Oggi quella favoletta è assoluta realtà. I gangli vitali della rivolta si diramano e si connettono soprattutto in rete dribblando politica e media tradizionali. Non a caso in Libano la tassa su whatsapp unifica in un inedito fronte antigovernativo identità confessionali e politiche divise da decenni di odio e sangue come i sunniti del premier Rafik Hariri, gli sciiti di Hezbollah e i cristiani del presidente Michel Aoun. E lo stesso succede in Iraq dove la protesta contro la corruzione del potere e la disoccupazione dilagante s’accende tra la maggioranza sciita, ma coinvolge anche i sunniti sfociando in scontri costati, fin qui, più di cento morti e oltre mille feriti. Nelle proteste libanesi come in quelle irachene c’è insomma la disperazione di una generazione assolutamente sfiduciata e pronta, per questo, a superare le tradizionali divisioni imposte dai capi-bastone che da decenni le alimentano.

Allo stesso modo l’aumento del metro e della benzina paralizza chi in Cile e in Ecuador ha un disperato bisogno di muoversi per lavorare e arrivare alla fine del mese. Ed allora, come già successo nella rivolta dei gilet gialli francesi , l’insopportabile costo del trasporto diventa il binario su cui far correre e divampare la protesta sociale.