Vere e proprie imprese a tutti gli effetti e quindi tenute al pagamento delle tasse sull’attività economica svolta, in special modo nell’attività di concessione di aree demaniali dietro corrispettivo. Così si è espresso nei giorni scorsi il Tribunale di Genova riconoscendo ufficialmente alle Autorità di sistema portuale lo status di impresa ai fini della normativa antitrust. Un pronunciamento innovativo che segna un cambio di registro della giurisprudenza italiana in una materia sino a ieri controversa, e che sembra vedere il nostro ordinamento allinearsi a quanto già sancito dalla Commissione europea. Una svolta epocale rispetto al precedente normativo di “Riordino della legislazione in materia portuale” della legge 84 del 1994 con cui si assegnava alle vecchie autorità portuali lo status giuridico di enti pubblici non economici, e quindi impossibilitati a svolgere un corposo numero di attività.


Sensibilmente riconsiderate e riformate nel gennaio di tre anni fa dal governo Renzi, che ne ridusse il numero da 24 a 15 con un lungo corollario di polemiche e recriminazioni, oggi le nuove Autorità di sistema portuale non sembrano ancora aver dispiegato appieno tutte le potenzialità di cui dispongono, sospese sin dagli esordi tra le diffidenze dei territori penalizzati dalla riforma e un timore non del tutto scongiurato di una perdita di investimenti infrastrutturali e di competitività di scali nazionali comunque rilevanti per l’economia del Paese: scali “storici” come Olbia, Savona, Piombino, Salerno e Catania, dall’oggi al domani private della loro storica autonomia. Una questione non da poco per le nuove Autorità, chiamate dalla riforma a dover incidere profondamente sul territorio di riferimento con le sue prerogative istituzionali di programmazione, indirizzo e coordinamento del sistema dei porti, con quel che ne consegue sul piano dello sviluppo, degli investimenti, dei finanziamenti anche comunitari e dell’occupazione, la grande questione aperta sul tavolo dell’universo marittimo.


Macchine amministrative complesse e insieme imprese di un settore economico produttivo d’eccellenza come quello marittimo, oggi le Autorità lamentano con forza l’assenza di un vero confronto costruttivo con il ministero dei Trasporti e chiedono con forza la convocazione della Conferenza nazionale di coordinamento delle Autorità, organo introdotto dalla recente riforma con il compito di armonizzare le singole strategie territoriali. Un organo divenuto la massima occasione di confronto tra operatori e governances delle Autorità, Capitanerie e governo nazionale per coinvolgere gli addetti ai lavori e i rappresentanti dei territori nelle scelte strategiche sulle grandi opere infrastrutturali e sulle misure di rilancio del settore. Misure che hanno quanto mai bisogno del coinvolgimento di imprese e armatori, ma che non possono fare a meno del contributo di esperienza e di competenza di figure vitali del comparto come operatori portuali e intermodali, spedizionieri, agenti e raccomandatari marittimi, imprese di trasporto e portuali.

Un universo di conoscenze e professionalità che lamenta il silenzio delle istituzioni romane e in particolare del ministro dei Trasporti Toninelli che non ha ancora dato seguito alla pianificazione strategica delle infrastrutture portuali di tante realtà nazionali, lasciando così interi territori sospesi in un clima di colpevole incertezza. E’ compito del suddetto ministero dare seguito, con la propria approvazione formale, ai vari piani regolatori che le diverse Autorità di sistema approvano dopo una serie farraginosa di procedure, pareri, firme e controfirme. Iter complicati e faticosi, che reclamano il supporto concreto e il placet della massima autorità amministrativa nazionale per dotare i nostri porti degli strumenti sempre più vitali che occorrono nella sfida globale del trasporto di persone e merci sulle vie del mare.