Cos’hanno in comune i tragici fatti di Alatri e il conflitto siriano?
Apparentemente niente, altro Paese, altra lingua, situazioni che più diverse si farebbe fatica a immaginare.
Da una parte giovani in discoteca che, al culmine di una serata di svago e semplice divertimento diventano protagonisti di una tragedia, maturata forse da vecchi rancori o dal desiderio di affermare il proprio potere di una banda di piccoli delinquenti di provincia.
Dall’altra l’ennesima strage di una guerra infinita, che non smette di mietere vittime innocenti, dove i civili – intrappolati tra le conquiste territoriali dei ribelli e le controffensive dei governativi – sono spesso spesso solo degli ostaggi, ridotti a scudi umani dalla logica spietata del conflitto.
Dunque, da un lato Emanuele Morganti, divenuto suo malgrado il simbolo di una notte di follia, maturata dalla banale contesa su chi fosse giunto per primo al bancone del bar e avesse diritto di ritirare il drink, pestato a morte da un’orda assassina.
Non uso volutamente la definizione di branco, più volte evocata nelle cronache dei fatti, perché del tutto fuorviante.
Branco è un termine che richiama il comportamento animale al culmine della sua socialità: i lupi in branco attuano le loro tecniche di caccia ma agiscono senza gratuita crudeltà, nell’ambito di una ben precisa strategia, fatta di gerarchia e ruoli.
L’orda assassina di Alatri, invece, era fatta solo di giovinastri in cerca di affermare o conquistare un ruolo nell’annoiata provincia laziale.
Quale occasione migliore, dunque, se non quella di colpire una persona inerme, ormai incapace di qualsiasi difesa soverchiato dal numero e dalla brutalità dell’aggressione.
Se non fosse entrata in gioco questa contesa, questa gara folle nel primeggiare per crudeltà e determinazione sugli altri, l’aggressione si sarebbe probabilmente fermata prima di giungere al suo tragico epilogo.
La decomposizione dei rapporti sociali, la miscela di alcool e droga che stanno alla base di tante serate trasgressive di giovani spesso solo annoiati, possono contribuire a spiegare – anche se non del tutto – questi pericolosi salti di paradigma.
Anche nel conflitto siriano si ritrovano tutte le caratteristiche, sia pure ingigantite dalla guerra, di questa deriva verso la barbarie, in questo caso voluta e cercata con determinazione e lucida follia.
Come spiegare altrimenti, da parte dei ribelli, la distruzione deliberata di monumenti, i video delle esecuzioni, la mutilazione dei cadaveri (in qualche caso coinvolgendo come spettatori persino dei bambini) cui abbiamo dovuto assistere.
Ma, al di là delle considerazioni sociologiche, esiste un altro evidente collegamento tra Alatri (perlomeno nella sua recente vicenda di cronaca nera) e la Siria e risiede della sistematica manipolazione della verità.
Nelle prime ore dopo il pestaggio di Emanuele si è diffusa la notizia, riportata da Repubblica e da altri organi di informazione, dell’arresto – poche ore prima del delitto – con ingenti quantitativi di droga di Mario Castagnacci, uno dei sospettati dell’omicidio di Alatri.
Repubblica (http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/03/29/news/omicidio_alatri_i_due_fermati_in_isolamento_rischio_ritorsioni_-161708154/) citava testualmente 150 dosi di cocaina, 300 di crack e 600 di hashish.
Il tutto successivamente ridimensionato in 7,5 grammi di cocaina (confezionata in 4 dosi), hashish (43 grammi, 4 dosi) e marijuana (6 grammi). Come invece riportato da Gazzettino (http://www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_nera/alatri_killer_scarcerato_mario_castagnacci_giudice_sotto_inchiesta-2350141.html) e Corriere (http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_marzo_28/omicidio-emanuele-primi-due-fermati-il-pestaggio-ad-alatri-f6bf8c96-137f-11e7-a7c3-077037ca4143.shtml).
Come spesso accade la marea montante del sensazionalismo però aveva già fatto sì che la notizia falsa (perlomeno nella sua portata)prendesse il sopravvento sulle ricostruzioni veritiere e fosse poi rimbalzata un numero infinito di volte nei commenti sui social, ormai il canale media più diffuso.
Ora, con lo stesso sensazionalismo, Repubblica e tutti i media ufficiali avvalorano la tesi del bombardamento di Idlib con armi chimiche da parte dei jet governativi attingendo da un’unica fonte: il fantomatico Osservatorio siriano per i diritti umani.
Secondo varie fonti questo ‘osservatorio’, fondato nel 2006 da Rami Abdel Rahman con sede a Coventry, in Inghilterra, è strettamente collegato al Foreign Office britannico, come riporta anche il Giornale (http://www.ilgiornale.it/news/mondo/losservatorio-siriano-i-diritti-umani-unimpostura-che-ha-sed-1188149.html).
Se nel caso di Alatri è stato sufficiente che qualche cronista curioso interpellasse direttamente fonti della polizia giudiziaria per ridimensionare i fatti, con la Siria risulta tutto più difficile.
Proprio per questo il lettore ha diritto di pretendere la maggiore cautela possibile da parte di chi pubblica le notizie.
L’esempio di ‘buon’ giornalismo, fornito da Repubblica e altri organi di informazione nella vicenda di Alatri, fornisce il quadro avvilente dello stato del giornalismo in Italia (applicando lo stesso grado di autorevolezza alle altre notizie diffuse a piene mani dai giornali, in particolare alle vicende siriane, si comprendono molte cose) mi piacerebbe sapere quando e come verranno applicate a loro danno le severe norme contro la diffusione di notizie ‘fake’…