L’attenzione generale del baraccone mediatico e intellettuale è oramai rivolta quasi esclusivamente alle convulsioni, anche piuttosto comiche, del PD e alla possibile evoluzione governista, benedetta da poteri forti e mercati, del M5S. In realtà le urne hanno dato un significativo scossone anche a destra, facendo venire al pettine nodi che si trascinavano da tempo.

Gli elementi su cui riflettere sono almeno tre.

Il primo, in ordine di importanza per chi sta a destra, è la constatazione delle irrisolte problematiche di Fratelli d’Italia. Se l’obiettivo era ricostruire, dopo il disastro di Alleanza Nazionale-PDL, una destra politica forte, autorevole ed influente, capace da un lato di riaggregare l’opinione pubblica di destra e dall’altro di allargare il consenso su una linea di opposizione al fallimentare sistema dominato in questi anni dalla sinistra, dal trasformismo e dalle oligarchie nostrane ed europee, la missione non è riuscita. Lo dicono sia i numeri che l’analisi politica.

Al di là dei soliti proclami della propaganda post elettorale, che come sempre lasciano il tempo che trovano, i numeri parlano chiaro: superata la fase difficile della fondazione, alle elezioni europee del 2014, cioè alla prima vera prova elettorale, FDI raccoglieva 1.006.513 voti, pari 3,67%. Quattro anni dopo, in condizioni politiche ed organizzative ben più favorevoli, i voti alla Camera (al Senato la musica non cambia) sono diventati 1.426.564, pari al 4,3%. Solo poco più di 462.000 in più con l’incremento di un misero 0,63%.

Nello stesso periodo la Lega versione Salvini è passata da 1.688.197 voti (6,15%) a 5.691.921 (17,4%) cioè un incremento di oltre 4 milioni di voti, in percentuale una forza quasi triplicata. La crescita del M5S, tanto per rimanere tra i partiti cosiddetti anti sistema (veri o presunti) è ancora più impressionante: da 5 792 865 (21,16%) a 10.697.994 (32,7%).

Numeri relegano il partito di Giorgia Meloni in una posizione marginale e subalterna, figlia di scelte politicamente sbagliate e/o inadeguate. Incapace di riaggregare le varie anime della destra che, sparpagliate qui e là, contribuiscono ad arricchire di valori ed esperienza altri partiti, arroccato su posizioni di rigida chiusura nei confronti delle altre schegge, più o meno consistenti, della diaspora della destra politica, addirittura sprezzante ai limiti di un atteggiamento da antifascisti (come ha dimostrato la fresca onorevole Santanchè) nei confronti di Casapound e di altre comunità militanti, FDI dimostra oggi di essere rimasto solo uno dei tanti pezzi in cui si è frantumato il mondo post missino, solo più esposto e più consistente degli altri.

Un partito dimostratosi incapace di una seria ed efficace progettualità politica, indifferente all’elaborazione culturale, disattento ai valori di riferimento della destra (richiamati in modo puramente strumentale solo quando serve) come dimostra la surreale esibizione televisiva del coordinatore nazionale Guido Crosetto, ansioso di marciare a fianco dell’ANPI e del partitino della Boldrini in nome dell’antifascismo. Un’esperienza, dunque, che si è dimostrato incapace di sfruttare adeguatamente la ricchezza del grande patrimonio politico e culturale di riferimento (teorico), limitando la sua strategia ad attività di piccolo cabotaggio in cerca di visibilità, a proteste estemporanee e scontate per raccogliere adesioni marginali, a tatticismi precari ed instabili ricchi di slogan e fumose dichiarazioni di principio ma poveri di proposte serie e concrete, ad esempio in campo economico e sociale.

Un approccio buono per galleggiare e sopravvivere tenendo insieme, tra retorica di sapore risorgimentale, carnevalate con e senza Tricolore e inutili raccolte di firme per la strada, quel poco che resta del vecchio voto di appartenenza, ma non certo per allargare il consenso e costruire quel ruolo utile ed influente che una vera destra politica dovrebbe avere in una situazione politica, estremamente favorevole, come quella attuale. Una struttura verticistica e quasi personalistica nella quale il dibattito interno è praticamente inesistente e dove prevale la convinzione, dimostratasi sbagliata e illusoria, di poter convertire in effettivo consenso elettorale la popolarità mediatica e la simpatia umana della sua leader.

Per la verità, nel bilancio post 4 marzo di FDI una voce ampiamente in attivo ci sarebbe ed è quella della rappresentanza parlamentare, il vero obiettivo di molti quadri memori dell’età dell’oro di AN/PDL quando c’erano posti e incarichi per tutti e dappertutto.

Ai 26 (19+7) parlamentari conquistati direttamente da FDI se ne aggiungono ben altri 23 provenienti dal voto di coalizione. Una dimostrazione di grande abilità nella negoziazione e di eccellente capacità di gestire gli insidiosi rapporti tra alleati. Un evidente successo del mestiere politico che porta in Parlamento almeno 10/12 parlamentari in più di quelli che sarebbero spettati a FDI in base ai reali rapporti di forza.

Non si può dire, però, che all’ottimo risultato quantitativo corrisponda altrettanta qualità: anche qui il meccanismo delle nomine dall’alto non sempre ha premiato militanza, capacità e merito. Accanto a pedigree politicamente ineccepibili e a cognomi illustri troviamo esodati di Forza Italia in cerca di futuro, parentele, acchiappavoti locali e persino un vecchio luogotenente di Gianfranco Fini, già tra i capetti del suo fallimentare fantoccio politico, riaccolto a braccia aperte e spedito direttamente in Parlamento.

In una situazione del genere non è stato difficile per Matteo Salvini occupare lo spazio lasciato libero a destra dalla inadeguata strategia politica di FDI. E’ questo il secondo elemento di riflessione, una case history da studiare attentamente.

Anche Salvini aveva ereditato un partito allo sbando e in caduta libera dopo il disastro dell’ultima folle gestione Bossi. Dopo averlo liberato dal ciarpame delle ampolle e ripulito dagli ultimi epigoni della secessione e della immaginaria Padania, Matteo Salvini ha decisamente orientato il suo partito da un lato verso temi sovranisti e di forte opposizione sia alla sinistra (immigrazione, sicurezza) che al collaborazionismo filo UE, dall’altro su temi sociali sensibili come l’abolizione della legge Fornero (che la Lega, a differenza della Meloni, a suo tempo non aveva votato).

Il tutto con poche parole d’ordine, forti e chiare, senza esitazioni né ripensamenti e con un approccio radicale che non poteva lasciare insensibile moltissimi potenziali elettori di destra, che infatti hanno riversato i loro voti sulla Lega e non su FDI. Non a caso i guitti del penoso teatrino antifascista della campagna elettorale avevano individuato proprio in Salvini il vero nemico “fascista” riservando a lui, molto più che alla Meloni, il solito trattamento (con i risultati che sappiamo).

E’ oramai chiaro che avere a suo tempo abbandonato, verosimilmente per motivi di bottega e di leadership, l’idea del polo sovranista per agganciarsi con un peso elettorale limitato allo schema del vecchio centro destra è stata per FDI una scelta miope e perdente. La linea politica della Lega ha finito per cannibalizzare l’elettorato di FDI e ora Salvini ha la possibilità di creare, da posizioni di forza, quel forte soggetto di destra a vocazione nazionale necessario per spostare l’equilibrio politico del paese, difenderne gli interessi e rimettere in discussione le scelte di politica sociale.

Per completare definitivamente l’opera sarà necessario che Salvini espliciti definitivamente il nuovo orientamento nazionale della Lega, già in forte crescita al centro, migliorando la sua reputazione al Sud (finito inevitabilmente in mano al M5S) dove la percezione della Lega è ancora compromessa dal ricordo di vecchi, stupidi e inutili stereotipi anti meridionali. Dando per scontato che dopo la vittoria elettorale dentro la Lega non esistano più dissensi interni vetero bossiani o fronde interessate ad accordi trasversali ed augurandosi che al movimentismo mediatico del leader corrisponda, alla prova dei fatti, anche un’adeguata sostanza politica.

Si vedrà. Per il momento prendiamo atto del paradosso che ci consegnano le elezioni, cioè che la Lega una volta secessionista è forse diventata la cosa più vicina ad un vero partito nazionale di destra che si sia vista negli ultimi anni. Un esito imprevedibile come, d’altra parte, il fatto altrettanto paradossale che FDI si sia chiamato fuori da questa linea politica, bollata come “sovranismo estremista”, ritagliandosi la parte del mediatore con i “moderati”, una scelta che il 4 marzo è stata bocciata senza appello.

E questo introduce il terzo elemento di riflessione.

A fronte del successo della Lega, lo stallo di Forza Italia, passata dai 4.614.364 voti (16,81%) del 2014 ai 4.590.774 (14,0%) di domenica scorsa, sancisce l’appannamento, forse definitivo, della leadership politica berlusconiana e, soprattutto, la fine del mito artificiale dei “moderati” considerati da sempre il perno di qualsiasi strategia politica del centro destra. Una visione già logora da tempo, ora resa definitivamente obsoleta dall’evoluzione del contesto politico e sociale.

Il voto del 4 marzo ha posto pesantemente e speriamo definitivamente in minoranza i cosiddetti “moderati”, come dimostrano anche il fallimento dell’impresentabile quarta gamba (che comunque grazie alla coalizione è riuscita a spedire a Roma qualche trasformista di lungo corso) e dell’inconsistente esperimento moderato-liberista di Stefano Parisi (in qualche modo recuperato anche lui dalla coalizione). Un chiarimento necessario ed auspicabile che finalmente pone fine ad una contraddizione non più sostenibile nel momento in cui gran parte l’elettorato si sposta su posizioni di protesta e opposizione (almeno a parole) antisistema.

La leadership di Salvini significherebbe, finalmente, meno centro e più destra, anche se il signore di Arcore e il suo mondo, dovendo oltretutto difendere interessi concreti, non rinunceranno tanto facilmente l’idea di restare gli unici a distribuire le carte del centro destra, magari giocando al tavolo di chi fa più comodo e non a quello di chi ha in mano le carte giuste.