Tra i rottami ancora fumanti dell’astronave PD, schiantatasi contro la realtà dopo avere fluttuato per anni nel vuoto di una galassia iperurania fatta di balle e manipolazioni, è iniziata la resa dei conti per l’astronauta fiorentino (almeno per il momento ancora imbullonato ai comandi), mentre la variegata ciurma cattocomunista cerca di salvarsi in qualche modo dal disastro e l’eterno gattopardo italico è già entrato in azione.

Per nulla stupiti da uno dei più sorprendenti risultati elettorali degli ultimi 20 anni, i grandi burattinai sono già all’opera per mettere al sicuro il futuro del paese, cioè i loro interessi.

In realtà chi aveva la possibilità di accedere ai sondaggi riservati – cioè quelli veri che pochi possono permettersi, non i numeri del lotto che per mesi hanno circolato in televisione – sapeva già da almeno tre settimane come sarebbe più o meno finita.

Non è quindi un caso se (per ora) il tanto temuto contraccolpo dei mercati non c’è stato, lo spread non è schizzato alle stelle ed i poteri forti hanno iniziato lo sdoganamento dei grillini, ritenuti evidentemente più malleabili del centro destra a guida Salvini uscito dalle urne.

Così, mentre la lista degli endorsement pro M5S, dai papaveroni di Confindustria a Marchionne, si ingrossa di ora in ora, il baraccone politico-mediatico ha istantaneamente abbandonato la oramai inutile stupidaggine del pericolo fascista (che magari verrà recuperata più avanti in caso di necessità) per sposare, compatto come la falange macedone, l’uovo di Colombo che dovrebbe salvare capra e cavoli, ovvero l’ipotetico matrimonio governativo tra un PD depurato del renzismo ed un M5S omologato, neutralizzato e normalizzato all’interno del sistema.

Un pastrocchio che secondo i bene informati (si fa per dire) sarebbe visto di buon occhio persino al Quirinale ed a Bruxelles e che viene propinato all’unisono, a tutte le ore e in tutte le salse da talk show e giornaloni, evidentemente ispirati dai propri azionisti di riferimento, economici o politici che siano.

Anche questa volta la linea l’ha dettata solennemente in gran sacerdote Eugenio Scalfari in persona, subito seguito in coro da tutto il gregge politicamente corretto.

Un calcolo tutto sommato logico per la sinistra uscita a pezzi dalle urne, l’unico modo per cercare di salvare il salvabile politico in attesa di tempi migliori e per tentare di proteggere quell’impasto di politica-burocrazia-affari-interessi che in questi anni di esercizio (abusivo) del potere è stato al centro della sua attenzione e di molte scelte discutibili, vuoi per favorire gli affari di imprenditori amici o del sistema organico delle cooperative, vuoi per crearne di nuovi come quelli legati alla gigantesca torta dell’accoglienza, distribuita a pioggia sul territorio grazie ad un meschino sistema clientelare spesso sconfinante nel malaffare.

Con l’idea, neppure troppo nascosta, di riuscire col tempo ad addomesticare ed infinocchiare la truppa parlamentare grillina, una massa eterogenea inesperta, impreparata, a volte sprovveduta, spesso piovuta lì per caso e guidata da capi e capetti che non vedono l’ora di essere omologati e di accedere finalmente alla stanza dei bottoni, anche a costo di compromessi una volta improponibili (storia ben nota a destra sotto il nome di Alleanza Nazionale).

Niente di nuovo, in fondo l’immaginaria rivoluzione grillina farebbe la fine di quelle (molto più serie e importanti) che l’hanno preceduta, seguendo la tradizione secondo la quale le rivoluzioni italiche nascono al Nord e si impantanano a Roma, che – come diceva Trilusssa – tutto assimila e digerisce senza mai cambiare niente.

E’ stato così per i “Piemontesi” dopo Porta Pia, per Mussolini, che da repubblicano anticlericale arrivò al compromesso con il Re e il Vaticano, e anche per il cosiddetto “vento del Nord” resistenziale del 1945, che cessò subito al cospetto del ponentino romano.

Tutto sommato nient’altro che l’esito originariamente voluto dai creatori della insensata legge elettorale raggiunto, però, da protagonisti e con modalità diversi da quelli previsti: il Rosatellum è si riuscito a creare le condizioni di stallo necessarie per l’inciucio trasversale, solo che gli elettori hanno penalizzato i suoi beneficiari principali; demolendo il PD renzista e indebolendo Berlusconi hanno reso impossibile la realizzazione del banchetto che i due avevano apparecchiato.

Passano così in secondo piano, sommersi dal chiacchiericcio insopportabile dei soliti Gruber, Floris, Annunziata, Formigli e compagnia cantante, i veri effetti del risultato elettorale, che pure sarebbero piuttosto rilevanti.

Quello del PD non è un incidente di percorso,ma una vera e prioria disfatta, la Caporetto di una classe dirigente parolaia, incapace ed autoreferenziale figlia di una deriva culturale (come dimostra la gazzarra antifascista della campagna elettorale) che ha finito per confinare la sinistra nelle riserve indiane dei Parioli e del quadrilatero milanese della moda, gli unici luoghi nei quali il rivendicazionismo giacobino e piccolo borghese dei nuovi compagni da salotto può funzionare (e dove ci sono interessi concreti da proteggere).

Non è certo un caso se i circoli radical chic delle terrazze romane e delle redazioni impegnate guardano con speranza a Carlo Calenda, pariolino doc iscritto da giovane nella FGCI, poi allevato nella lobby trasversale di Montezemolo, approdato al governo dopo essere transitato dal partitino di Monti che, grazie all’iscrizione-spettacolo al PD (di marketing ne capisce di sicuro, di politica non si sa), imperversa su tutti i canali per raccontare la favola della nuova sinistra moderna che ripensa il futuro grazie all’innovazione tecnologica ed all’Europa ma senza dimenticare le sue radici sociali e i vecchi slogan.

Solo la legge elettorale ha attutito gli effetti della rinnovata convergenza degli elettori su due nuovi poli contrapposti salvando il PD, comunque a pezzi, da una batosta ancora più grave dandogli addirittura una chance per sopravvivere.

Sarebbe il colmo se una svolta come quella del 4 marzo venisse vanificata dal maldestro qualunquismo grillino rimettendo in gioco il pugile suonato PD proprio al momento del KO definitivo.