Il risultato elettorale maturato in questa lunga domenica di marzo segna – tra l’altro – un momento importante per la destra italiana: per la prima volta c’è sulla scena politica nazionale un grande partito di destra (sovranista, identitario o come lo si vuol definire, ognuno scelga l’aggettivo che meglio crede) che non ha alcun legame – neanche lontanissimo – con il Fascismo ed il postfascismo. E’ la Lega di Matteo Salvini. Partito ormai pienamente nazionale – nel Mezzogiorno viaggia intorno al 6% con punte superiori al 10 – che ha saputo interpretare al meglio quella “voglia di destra” ampiamente diffusa nel Paese. E del resto l’alleanza con il Front National di madame Le Pen non è scelta di oggi.

Ma per analizzare con la dovuta attenzione l’evoluzione della Lega ci sarà tempo nel prossimo futuro. A caldo, invece, è possibile una rapida riflessione sul partito di Giorgia Meloni: il voto del 4 marzo di fatto certifica il fallimento del progetto di Fratelli d’Italia. Un fallimento che se non è nei numeri – il 4,3% non è certo un risultato da buttare via – è tutto nell’analisi politica degli stessi. FdI si dimostra incapace di capitalizzare la spinta a destra dell’elettorato italiano, lasciando che sia la Lega a diventare punto di riferimento per un elettorato che dovrebbe essere terreno di caccia quasi esclusivo per Meloni&Co.

Due, in particolare, i limiti di Fdi: uno programmatico ed uno umano. Per troppo tempo Fratelli d’Italia è stato un partito ondivago, di destra ma non troppo (per risultare presentabile in Europa?), oscillante tra il Ppe – indicato a lungo come orizzonte politico-ideale da Giorgia Meloni – e tardive “photo opportunity” con Marine Le Pen o Viktor Orban. Il caso Crosetto – per quanto affannosamente e in maniera raffazzonata ridimensionato – non è un incidente di percorso, ma il preciso frutto di questa “confusione” (non osiamo dire ideologica). E si potrebbero aggiungere le dichiarazioni di Daniela Santanchè, ma sarebbe superfluo. E anche la proposta di FdI in occasione di queste ultime elezioni si è rivelata incapace di “bucare” il muro di diffidenza che separa politica e cittadini. Quanto al problema “umano” troppe le figure – anche di primo piano – giudicate evidentemente compromesse con la storia poco edificante della destra italiana dell’ultimo ventennio. Il ricambio generazionale e d’immagine in FdI sembra essersi fermato al suo leader. Del resto il volto “televisivo” del partito è quel che è. Con buona pace del rinnovamento. Rinnovamento che, invece, ha “travolto” la Lega di Salvini, non da ultimo con il passo indietro di Bobo Maroni.

Se questo è lo scenario, il futuro per Fdi appare – nella migliore delle ipotesi – poco roseo, con un ruolo marginale per i meloniani. Anche perché ormai la Lega è una realtà presente – e solida – anche in quelle che erano le ultime roccaforti di Meloni&Co, ad iniziare dal Lazio. Nel Salernitano, dove Fdi ha conquistato in passato alcune delle sue migliori prestazioni, oggi la Lega è il secondo partito della coalizione di centrodestra. Il partito di Giorgia Meloni, dunque, appare privo di spinta propulsiva autonoma, anzi deve temere la concorrenza a destra di formazioni come Casapound (sul risultato della Tartaruga molto ci sarebbe da dire, ma non è questa la sede) che puntano ad eroderne il consenso.

Difficile in assenza di una profonda riflessione politica – capace di tradursi in visione prospettica ed azione concreta – immaginare un futuro radioso per Fratelli d’Italia. Il rischio è, piuttosto, quello di diventare il Psdi della Terza Repubblica.