Premettiamo che la chimera della rivoluzione liberale è spesso indefinita, se non indefinibile, e che consiste in un complesso insieme di istituti e proposte certamente non riassumbili in un’unica, semplice posizione, possiamo provare una sintesi brutale quanto al suo significato ultimo: meno stato. Che significa uno stato più snello, più leggero, meno invasivo negli affari economici e in quelli etico-individuali dei cittadini.

Ora, la Luiss analizzando il voto politico italiano sta proponendo l’ipotesi (direi credibile) che il voto ai 5 Stelle sia il voto dei disoccupati. Le facili ironie sul reddito di cittadinanza sono una maschera pirandelliana che nasconde l’amaro volto di una crisi lavorativa, dunque esistenziale, senza precedenti recenti nella nostra Nazione. Chiamiamolo pure assistenzialismo se vogliamo farla facile, ma il punto è chiaro.

Sempre lo stesso studio della Luiss in maniera altrettanto credibile propone che il voto leghista sia determinato dalla questione immigrazione: Salvini prende più consensi là dove l’impatto dell’immigrazione è maggiore. Ciò che gli elettori gli domandano è una gestione diversa e maggiore dei flussi migratori e della questione migratoria in italia.

Ciò significa quindi che più della metà dei votanti sta di fatto domandando: più Stato.

Un dato non secondario se notiamo come la Seconda repubblica sia stata segnata dalla rivoluzione liberale proposta del centrodestra fin dalla sua nascita e da una graduale, ma netta labourizzazione in stile Blair del centrosinistra: basti ricordare le liberalizzazione a firma Bersani, prima ancora delle riforme à l’Européen votate con Monti e dei jobs act vari degli ultimi governi PD. E anche il clima internazionale, europeo e atlantico, è stato negli ultimi trent’anni un clima culturalmente ostile al socialismo e all’interventismo statale.

Il PD in quest’ottica non ha tecnicamente fallito: si è ricollocato in maniera tacita eppure chiara. Il progressismo è stato assorbito nell’europeismo e, di fatto, nel mondialismo e così da socialisti i Dem italiani si sono trovati in un partito borghese e coerente con lo status quo globalista, ergo conservatore. A fallire non è semplicemente il PD, ma la percezione della proposta liberal-capitalista come realizzata – se realizzata – in questi ultimi anni.

Così apriamo bene gli occhi. Ciò cui stiamo assistendo non è tanto un ritorno dei nazionalismi, ma degli statalismi. L’accesso allo stato sociale è subordinato (o dovrebbe esserlo) alla cittadinanza e perciò nella difesa dei pochi diritti acquisiti, la lotta e l’esigenza sociali chiedono di attribuire un nuovo ruolo alla cittadinanza, all’appartenenza nazionale. Il nazionalismo è il vestito, non certo il corpo, del movimento cui stiamo assistendo in tutta Europa.

Insomma, l’ipotesi postdemocratica ben diagnosticata da Colin Crouch (Postdemocrazia, 2003), ma poi mai curata, ha posto le basi per questo ritorno dello spirito statalista, che è poi un rinnovato afflato democratico. Perché questa è la verità evidente, cioè che i movimenti populisti (almeno a parole) e i loro elettori sono quanti hanno ancora fiducia nel potere della politica sull’economia. E le rivendicazioni di Podemos in Spagna, Front National in Francia, AFD in Germania e destra sovranista italiana hanno formule diverse, ma letture simili: abbiamo perso la globalizzazione. Quello cui stiamo assistendo, anche in Italia, è allora la creazione di una coscienza di classe trasversale dei perdenti della globalizzazione.