L’esito delle urne era in parte prevedibile. Il centrodestra è la coalizione che ha preso più voti, ma non sufficienti da avere i numeri per governare autonomamente. I 5 stelle sono il primo partito politico, ma anche loro non possono governare senza l’appoggio di altre formazioni partitiche, e la Lega (nazionale) di Salvini, è riuscita a scavalcare (finalmente) Forza Italia; per la prima volta dalla nascita del centrodestra, Berlusconi ha perduto la leadership, e la coalizione è diventata a “trazione leghista”. Infine, il Pd e il centrosinistra, sono in gravissima difficoltà.

Al momento è arduo trovare una soluzione; non sappiamo se e quando ci sarà un governo e con quale maggioranza, ma che il centrodestra riesca a formare un governo, o per adesso resti all’opposizione, è certo che queste elezioni hanno mutato completamente lo scenario politico nazionale, con conseguenze anche per l’Europa e il mondo. Cinquestelle e la Lega sono entrambi invisi dai poteri forti e analizzando il voto possiamo osservare delle cose curiose. In primo luogo il risultato bulgaro del Movimento 5 stelle, che, prendendo oltre il 30%, finisce per ricoprire quello spazio che un tempo fu del “glorioso” Pci di Berlinguer (quelle erano approssimativamente, le percentuali del più forte partito comunista d’Occidente); e tuttavia, il bacino elettorale dei grillini, è quasi esclusivamente meridionale, in quel profondo sud dove un tempo pescavano voti, la Democrazia cristiana e, in misura minore, il Movimento sociale italiano. L’Italia benestante e produttiva del nord, ha quindi premiato il centrodestra (soprattutto Lega), mentre quella disoccupata e socialmente disagiata, si è rivolta ai pentastellati. La promessa del “reddito di cittadinanza” ha certamente avuto presa sui meridionali. Più che alla “lotta di classe” di comunista memoria, il movimento di Di Maio, sembra rimembrare l’assistenzialismo parassitario dello Stato democristiano che campava di rendita, in gran parte, dal voto dei dipendenti pubblici.

Ma nel frattempo, l’Italia è profondamente cambiata: il mitico “posto fisso” è ormai una chimera, gradualmente, ma inesorabilmente, rimpiazzato dal lavoro flessibile, sempre più precario. Così il dipendente pubblico è stato sostituito dal disoccupato da assistere con una pensione di Stato. Il reddito di cittadinanza è di difficile realizzazione, e v’è in esso l’insidia della disincentivazione al lavoro. Tuttavia, sarebbe superficiale liquidare la questione con lo stereotipo del meridionale che non ha voglia di lavorare. A parte l’annoso problema della mafia, domandiamoci piuttosto cosa hanno saputo proporre le altre formazioni politiche per risolvere seriamente il problema del lavoro nel sud, e più in generale, in Italia.

Il centrodestra a guida berlusconiana, ha governato anni, illudendo gli italiani di poter creare posti di lavoro con la Legge Biagi o con l’abbassamento delle tasse (che è una buona cosa ma insufficiente). Il centrosinistra, ha fatto peggio, aumentando la pressione fiscale e approvando il Jobs Act. Le sinistre hanno completamente rinnegato i loro tradizionali valori “social – comunisti”, trasformandosi in un’area politico-culturale “liberal-radicale” (come più volte denunciato dal filosofo neomarxista Diego Fusaro), ripiegando sulla lotta per i cosiddetti “diritti civili”; mentre il centrodestra ha seguito passivamente l’onda della globalizzazione capitalistica trionfante, atrofizzando gli storici valori della “destra sociale” che sarebbero dovuti essere rappresentati dall’allora, Alleanza nazionale.

È da qui che dobbiamo ripartire. Centrodestra e centrosinistra devono “ripensarsi”. Ma se la sinistra appare in profonda crisi, sia in Italia che in tutta Europa, la destra sembra essere in perfetta forma, perché, di fatto, la Lega è diventato un partito di destra, nazionale e populista, ed è, oltre i 5 stelle, l’altro vincitore di queste elezioni. L’attuale centrodestra non più a trazione “moderata-centrista”, bensì a trazione “destra-leghista”; può, alleata a Fratelli d’Italia, formare un blocco “sovranista” che, senza scivolare verso modelli economici di stampo “socialista”, sappia offrire un’alternativa all’euromondialismo.

Non si tratta di riproporre modelli neokeynesiani di “economia pianificata”; non penso a immediate uscite unilaterali da UE ed Euro, né a modelli neoautarchici. Ma tutti sanno (anche gli europeisti più estremisti), che, o l’Europa cambia, o imploderà su se stessa. O nasce l’Europa dei popoli, oppure si torna agli stati-nazionali, con le loro sovranità territoriali e monetarie. Questo non significa rinnegare l’economia di mercato, ma stabilire che l’economia non può essere al di sopra della politica, della morale e del bene comune, bensì, esercitata liberamente, ma dentro un confine preciso di regole e limiti. Se Gianfranco Fini fosse rimasto al suo posto, avesse saputo aspettare e soprattutto non avesse abiurato i valori della destra, adesso, probabilmente, sarebbe Alleanza nazionale a trascinare il centrodestra e Fini avrebbe potuto aspirare a essere premier.

Oggi Fratelli d’Italia, ha avuto un discreto successo elettorale, ma paga dazio per gli errori di Fini (e di qualche colonnello), e per errori anche successivi (di cui parleremo magari in un futuro articolo), ma a parte ciò, avverto il problema di una drammatica diaspora degli ex-An che si sono sparpagliati in una galassia nebulosa di vari partiti e partitini, ciascuno dei quali rivendica un’identità “sovranista”, finendo per contendersi, e infine, sottrarsi voti a vicenda; alla fine, l’elettorato “di destra”, per essere sicuro di far prevalere idee “nazional-sovraniste” su quelle moderate ed europeiste di Berlusconi e Tajiani, ha preferito, per la maggior parte, dare il proprio voto alla Lega, che paradossalmente, fino a qualche anno fa, tutto era tranne che “nazionale”.

Augurandoci che la Lega non retroceda dai suoi propositi neonazionali e, nell’eventualità che Salvini abbia l’incarico di guidare un governo di centrodestra, mantenga gli impegni presi e governi al meglio il nostro paese, sarebbe auspicabile che tutti gli ex-An si raggrumino, e finendola con le divisioni e i livori reciproci, diano nuova linfa a un partito di destra degna di questo nome. Si ritrovi quell’anima sociale e interclassista che si è andata smarrendo con il tempo, per dare al pressapochismo grillino una risposta credibile, attraverso un’idea nuova di Stato e di sistema economico. Questo è il punto, la destra deve tornare a essere “critica” nei confronti delle distorsioni capitalistiche, deve offrire una soluzione “da destra” al problema, altrimenti alle prossime elezioni, i 5 stelle rischiano di prendere il 50%.