Nella mattinata di Natale, durante la benedizione Urbi et Orbi del Papa, è stata arrestata in piazza San Pietro la cittadina ucraina Iana Alexandrovna Azhdanova perché ha tentato di impadronirsi del Bambino Gesù nella mangiatoia del Presepe allestito nella piazza.

Non si tratta di un caso di isolata follia ma dell’ennesima manifestazione di un’appartenente al gruppo femminista Femen.

Nel novembre di quest’anno, sempre in piazza San Pietro un gruppo di Femen si è esibito, sempre a seno nudo, in gesti blasfemi con dei crocifissi. Pochi giorni prima erano state ospiti della trasmissione Announo dell’emittente televisiva La7, lanciando slogan contro il Papa e contro la religione.

Blitz con le medesime modalità erano avvenuti nella Cattedrale di Colonia durante la Messa di Natale 2013, ancora a Roma durante il Conclave, nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Sempre nel dicembre 2013 durante un’irruzione nella Chiesa parigina della Madeleine, un’attivista è salita sull’altare, si è tolta anche gli slip e ha mostrato le parti intime agli attoniti fedeli estraendo dalle stesse pezzi di carne animale per simulare un aborto e deridere l’opposizione antiabortista della Chiesa.

Palcoscenico delle manifestazioni di gruppi, per la verità ridottissimi, di Femen sono stati anche il Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il Centro Congressi di Davos in occasione del World Economic Forum, i Campionati europei di calcio del 2012 a Kiev e Varsavia. Ancora nell’agosto 2012 in segno di solidarietà con le componenti del gruppo punk russo Pussy Riot, le Femen tagliarono con una motosega la Croce eretta in una piazza di Kiev in ricordo delle vittime del comunismo. Un bel curriculum, non c’è che dire! E mi sono limitato ad elencare i fatti più recenti e più salienti, ma l‘elenco è ben più lungo.

Infatti questo gruppo di femministe nasce nel 2008 a Kiev in Ucraina e le prime manifestazioni avvengono appunto in quel paese ed hanno come scopo dichiarato la rivendicazione dei diritti delle donne e il sovvertimento della società a loro dire maschilista. Dal 2009 la modalità di manifestazione cambia: le attiviste si presentano a seno nudo aumentando così la risonanza mediatica delle loro proteste.

Il sistema della provocazione è elementare e raccoglie facilmente l’attenzione dei media: poche attiviste si spogliano rimanendo in topless e con scritte di protesta e di insulto dipinte sul corpo nel corso eventi di risonanza internazionale. Possono essere i Campionati europei di calcio, un festival cinematografico importante, la visita di un Capo di Stato o l’Angelus del Papa in San Pietro. Gli scatti dei fotoreporters e l’inevitabile intervento delle forze dell’ordine in mezzo agli slogan urlati e insulti delle femministe ottengono visibilità sui media di tutto il mondo. Ma guardiamo con più attenzione questa associazione. Nata in Ucraina a presto si trasferisce come base operativa, con annesso centro di reclutamento e scuola di addestramento, a Parigi, molto più accogliente e “mediatica” di Kiev. Talmente accogliente che il nuovo francobollo delle Poste francesi raffigurante la“Marianne” simbolo della Rivoluzione francese e della Republique, utilizzerà come modella Inna Shevchenko esponente di punta delle Femen, esule ormai oltralpe perché inseguita dalla giustizia ucraina per il taglio della Croce citato sopra. L’approvazione del Presidente Hollande mette a tacere ogni contestazione. Avviene anche una polarizzazione degli obiettivi: Nella lotta per il sovvertimento della società maschilista le Femen privilegiano sempre più spesso azioni di aggressione a prelati come nel caso dell’Arcivescovo di Bruxelles Monsignor Leonard e a cerimonie cattoliche in San Pietro (con quella di Natale siamo a quota quattro). Manifestazioni di protesta che avvengono Parigi, a Roma, a Milano, a Londra, a Davos, a Berlino, ovunque ci sia un palcoscenico su cui esibirsi. Ma chi paga le spese? Sì, perché le attiviste devono sostenere spese di viaggio, di soggiorno, di inevitabile assistenza legale nonchè il mantenimento della sede parigina.

Qualche risposta ci viene da un film presentato nel settembre 2014 al Festival del Cinema di Venezia “L’Ucraina non è un bordello”. La regista australiana Kitty Green ha vissuto un anno con le Femen a Kiev, ha manifestato con loro, si è anche fatta arrestare assieme a loro a Roma. Inizialmente dunque provava simpatia verso le Femen ma presto la scoperta di alcuni scheletri nell’armadio ha indotto la Green a ricredersi almeno parzialmente.

Sì perché le attiviste non agiscono in questi blitz solo per idealismo: sono pagate regolarmente con un fisso di mille dollari al mese più una percentuale sulle donazioni, oltre al rimborso delle spese sostenute. Vengono reclutate non in base all’ideologia ma all’avvenenza, seppure,guardando le foto, di non particolare buon gusto …Un’inchiesta giornalistica francese ha riscontrato una certa somiglianza tra alcune attiviste con protagoniste del mondo della pornografia e della prostituzione. Il film della Green indica quale inventore e padrone delle Femen un uomo d’affari ucraino, Viktor Sviatski. Ma un’altra infiltrata francese, questa volta avversaria delle femministe, ha rivelato che dietro il reclutatore Sviatski, ci sarebbero finanziamenti provenienti da ricche Fondazioni USA. E qualche organo di stampa ha menzionato il nome del finanziere George Soros già noto per avere donato cento milioni di dollari ad associazioni che promuovono il matrimonio omosessuale e l’aborto. E, guarda caso, la causa perseguita dalle Femen è proprio la lotta alla Chiesa cattolica per la sua opposizione all’aborto, al matrimonio omosessuale e all’ideologia del “gender”. Le femministe riescono inoltre a infiltrarsi anche in riunioni vietate al pubblico talvolta per mezzo di accrediti stampa non facili da ottenere. Anche una delle prime manifestazioni a Kiev, nel 2011 a favore di Julija Timoshenko, esponente politica ucraina sostenuta da Soros, parrebbe ricondurre al finanziere.

Quindi l’associazione non è composta da un gruppo di esaltate arruolate da uno sconosciuto uomo d’affari ucraino: la loro dimensione ormai internazionale, la disponibilità di fondi per sostenere spese di viaggi aerei, di soggiorno e taxi, oltre allo stipendio fisso, le complicità nell’ottenere accrediti di agenzie stampa e benevolenza da parte di chi le ospita in una rete televisiva italiana o addirittura prende una di loro come modella del francobollo della Republique française, fanno sospettare un’organizzazione ben strutturata e sostenuta da “poteri forti” europei. Gli slogan urlati, le scritte dipinte sui corpi e gli obiettivi prevalenti evidenziano un fil rouge che più che dimostrazioni femministe sembrano manifestazioni di quelli che tecnicamente sono definiti “crimini di odio”, cioè le provocazioni e le offese contro un’intera categoria, nel caso, quella dei cattolici. Come tali dovrebbero esser perseguiti dalla giustizia affinchè non accada che tutte le minoranze debbano essere puntigliosamente tutelate tranne i cattolici, vittime sempre più indifese di quella che alcuni commentatori hanno definito “cristianofobia”. Iana Alexandrovna Azhadanova è già stata scarcerata dalla Gendarmeria pontificia. Speriamo almeno che in sede di giudizio ci sia minore indulgenza del Tribunale francese che si limitò nel settembre 2014 a condannare a una modesta pena pecuniaria le attiviste che avevano danneggiato tre antiche campane esposte per l’anniversario degli 850 anni della Cattedrale di Notre Dame. In compenso i sorveglianti che le avevano espulse dal luogo sacro tra gli applausi dei fedeli furono condannati ad altrettanto lievi ammende per aggressione. Andò meglio alla sconosciuta donna che in occasione di uno dei primi blitz in piazza San Pietro le prese a ombrellate…