Una volta tanto esplicito e severo è stato, in decisa contrapposizione alle consuete frasi di Conte, condite di enfasi e di retorica sterili, è stato il messaggio di Mattarella, in occasione del quarto anniversario del terremoto di Amatrice, “che provocò nell’Italia Centrale più di 300 vittime e oltre 40 mila sfollati. Il presidente della Repubblica ha scritto di desiderare “ancora una volta esprimere ai cittadini di Amatrice, Arquata, Pescara del Tronto e delle altre zone colpite, vicinanza e solidarietà. Il pensiero che si rinnova va, anzitutto, alle vittime e ai loro familiari [assenti in grande numero in segno di sacrosanta protesta]. E ai tanti che hanno perduto casa o lavoro – e spesso entrambi – in quella notte drammatica. Nonostante tanti sforzi impegnativi, l’opera di ricostruzione dei paesi distrutti – da quel sisma e da quelli che vi hanno seguito in breve tempo – è incompiuta e procede con fatica, tra molte difficoltà anche di natura burocratica. Nello spirito di solidarietà, fondamento della nostra Costituzione, la Repubblica – in tutte le sue istituzioni, territoriali e di settore – deve considerare prioritaria la sorte dei concittadini più sfortunati colpiti da calamità naturali, recuperando, a tutti i livelli, determinazione ed efficienza”.
Nella stessa occasione della commemorazione, il vescovo diocesano ha, con l’opportuna durezza, denunziato l’inconcludenza dello Stato, capace solo di promesse e di impegni basati sugli inesauribili e mitici fondi europei. Mons. Domenico Pompili, dopo essersi chiesto se da Amatrice “può venire qualcosa di buono”, ha dovuto ammettere , testuale, che “niente di buono. Visto che sono molti sono altrove e non torneranno. Niente di buono, visto tutto l’Appennino non ha “smosso” quanto da solo ha mobilitato il ponte di Genova”, realizzato, però, sotto la spinta determinante degli enti locali, Comuni e Regione, guidati da maggioranze di centro – destra.