Hemingway sarebbe diventato un grande scrittore senza D’Annunzio? Certamente sì, però è innegabile che il Vate pescarese lasciò un’impronta indelebile nella vita e nelle opere del romanziere americano.

Ernest Hemingway giunge in Europa, sugli scenari della Grande Guerra nel 1918, iscrivendosi alla Croce Rossa americana, ha solo diciassette anni, ha falsificato la sua carta d’identità, si qualifica giornalista, è attratto dai futuristi italiani e dalla figura di Gabriele D’Annunzio. Sarà arruolato nei servizi di ambulanza, giungerà in Veneto, si aggregherà ai soldati italiani fra le linee del Piave e il Pasubio.

Un giorno incontra D’Annunzio, alla mensa ufficiali a Ca’ Morelli, a Roncade, ma di questo momento non rimane traccia.

Nel romanzo invece “Di là dal fiume e tra gli alberi”, ispirato dichiaratamente al “Notturno” dannunziano, il Vate diventa protagonista di alcune pagine di Hemingway.

Nel presentarlo lo scrittore americano subito si dichiara incredulo su quel cognome, così insolito e” poco pratico”.

Ed ha ragione perché il padre di Gabriele era un modesto mercante di Pescara e si chiamava Rapagnetta.  Prese a prestito dal cognato il cognome D’Annunzio, facendo un grande favore postumo al proprio figliolo, che mai sarebbe stato credibile come Vate, se si fosse presentato in società come Gabriele Rapagnetta .

“Gabriele volava ma non era aviatore”, scrive Hemingway, “Era nella fanteria ma non era un fante.”

“D’Annunzio, con l’occhio perduto coperto dalla pezza e la faccia bianca come la pancia di una sogliola appena rigirata al mercato, col lato bruno nascosto, e l’aria di esser morto da trenta ore, gridava: “Morire non basta” , e il colonnello, allora tenente, aveva pensato: Che cavolo vogliono ancora da noi ?”. Questa la citazione nel romanzo.

Hemingway viene ferito da una raffica di mitragliatrice mentre trasporta un ferito in spalla. D’Annunzio durante un atterraggio viene urtato dal manico di una mitragliatrice e perde un occhio.

Entrambi tornano a combattere.

L’esperienza nella Grande Guerra di Hemingway e una lunga convalescenza a Milano saranno fondamentali per alimentare il progetto di “Addio alle armi”.

Intanto Hemingway da astemio dopo pochi mesi in Veneto cambia opinione sull’alcol, diventerà poi addirittura un inventore di cocktail. Conosce le grazie del gentil sesso, con cui fino ad allora aveva poca dimestichezza.

Assume così gli ingredienti del suo modello di vita fatto di mangiate, bevute, amori, boxe, guerra e morte.

D’Annunzio fece dell’alcova il suo regno, fu cliente moroso dei più grandi sarti romani, riempì il Vittoriale di Gardone e la Capponcina in Toscana di collezioni di oggetti rari e talvolta preziosi.

Entrambi uomini d’azione vivevano i loro personaggi, li rappresentavano nella realtà, uno sanguigno e duro, oggi diremmo “macho”, l’altro raffinato, artista ed esteticamente ardito.

Nonostante, dopo l’esperienza della guerra, Hemingway si sia un po’ raffreddato su D’Annunzio, ancora lo crede capace di grandi gesta.

Nel gennaio 1923 scrive sul Toronto Daily Star una forte stroncatura di Mussolini, definendolo il più grande bluff d’ Europa ed affidando a D’Annunzio le speranze di una rivincita. Così scrive:” Sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è Gabriele D’Annunzio”.

In realtà l’occasione c’era già stata, quando il Vate guerriero stava preparando una grande marcia su Roma per il quattro novembre dell’anno prima, ma fu battuto sul tempo da Benito Mussolini.

Successivamente Hemingway, l’ultimo dei dannunziani, come lo definì Montanelli, forse deluso dal suo modello, forse spoetizzato dall’ecatombe dei morti in trincea, forse in preda ai fumi dell’alcol, annienta il Vate con questi versi :

«Mezzo milione di mangiaspaghetti  morti

E che gusto ci ha provato

Quel figlio di puttana».

La giovinezza di D’Annunzio si aprì abbracciando l’idealismo eroico di Garibaldi quella di Hemingway agognando la voglia di cambiare il mondo, entrambi grandi osservatori della loro epoca, entrambi costruttori del loro mito, conclusero la loro vita nella perdita di ogni entusiasmo, in un “ferale tedium vitae”.