Anni ’60: nella Detroit che, quasi mezzo secolo dopo, ospiterà l’epopea della “Gran Torino” di Clint Eastwood, la Ford è in crisi. Henry Ford II, nipote del fondatore, accetta di puntare sulla 24 Ore di Le Mans: ma la leggendaria gara francese è, da sei edizioni, monopolizzata dalla Ferrari, il cui patron ha rifiutato (con reciproche offese) un’alleanza con Ford jr.

Nonostante le iniziali diffidenze di questi, Carroll Shelby (l’ingegnere proprietario della Shelby American) e Ken Miles (meccanico e corridore britannico, veterano della Seconda Guerra Mondiale) sono ingaggiati da Lee Iacocca, vicepresidente della Ford, per mettere a punto la GT40: a bordo di essa, Miles duellerà col ferrarista Lorenzo Bandini (al volante dell’altrettanto formidabile Ferrari 330) lungo il “circuit de la Sarthe”.

Ritorno al cinema serio per James Mangold, regista-sceneggiatore-produttore segnalatosi, nel 1997, col suo secondo film, “Cop Land”, un poliziesco bello e anomalo, con Stallone in un ruolo inedito. Alla commedia “Kate & Leopold” era però seguito un piatto anonimato: giusto la biografia di Johnny Cash (“Walk the Line – Quando l’amore brucia l’anima”) e il remake di “Quel treno per Yuma”, per poi rifugiarsi con Hugh Jackman nei film di “Wolverine”.

Prova negativa di Christian Bale, che fa più smorfie più del solito; ma sembra Laurence Olivier, quando gli si avvicina il bambolotto Matt Damon. Remo Girone interpreta il “Drake”, Enzo Ferrari. Catriona Balfe (la modella irlandese più quotata di sempre) interpreta Mollie, la signora Miles.

La fa da padrona la mirabolante Ford GT40, da oltre mezzo secolo adorata da cultori del motore e collezionisti di modellini (nonostante la livrea azzurrina con striscia centrale arancione).

Auspicando un film sul più grande perdente della storia delle corse – il leggendario, struggente Gilles Villeneuve, “il piccolo aviatore” che cercò e trovò la morte dopo essere stato tradito dal compagno di scuderia – si riveda un film del 2013: “Rush”, una delle poche cose decenti di Ron Howard, con Chris Hemsworth e Daniel Bruhl nei ruoli di James Hunt (“the shunt”, lo schianto) e Niki Lauda (“il computer”), bella storia di rivalità e amicizia, senza retorica né patetismi (e con due bravi protagonisti).

“Le Mans ‘66” è una visione frustrante: un film hollywoodiano nel quale un’eccellenza italiana è, almeno nello sport, il modello da superare. Cinque anni fa, il coordinatore di questa stessa rivista online descriveva l’oblio nel quale è stato gettato Francesco Baracca: l’asso (a proposito di temerari del motore) dell’aviazione italiana, che combatté la Prima Guerra Mondiale recando sul suo biplano l’immagine d’un cavallo nero rampante: ricevuto in dono il fregio dalla madre dell’aviatore, Enzo Ferrari ne trasse l’ispirazione per uno dei marchi italiani più noti in tutto il mondo, quello delle sue automobili sportive.

Destra.it cominciava le sue scorribande ideali ricordando le prodezze di Baracca; sarebbe buona cosa se le avventure delle Rosse di Maranello ispirassero qualcosa più della retorica sul “made in Italy”.