Nell’interminabile diatriba franco-francese, un susseguirsi di fratture profonde tra due opposte visioni della Nazione — dalla Fronda seicentesca ad oggi, passando per i vari Luigi, il 1789, i due imperi, le cinque repubbliche, Vichy, la decolonizzazione… —, il capitolo dell’Algeria è quello che ancora brucia. Per più motivi.

Il sanguinoso conflitto di sessant’anni fa — chiuso bruscamente da Charles de Gaulle nel 1962 con la frettolosa concessione dell’indipendenza — ha lasciato molte ferite aperte. Tutte dolorose. Ammainato “le drapeau” oltre un milione di “pieds noires” — gli europei d’Algeria, un piccolo mondo multietnico e multireligioso — dovette fuggire e abbandonare case, scuole, lavori, memorie. Un popolo di sradicati costretto — come i nostri esuli istriani e dalmati — ha reinventarsi un futuro in una patria matrigna e disattenta. Alla loro disperazione si aggiunse il rancore dell’esercito — vincitore sul terreno ma sconfitto dalla politica — verso l’Eliseo e la sinistra anti colonialista ritenuta (a ragione) complice del nemico. In nome del realismo de Gaulle e i suoi successori decisero di mettere la sordina sulla “sale guerre d’Algerie”, ma il carico di orrori (tanti) e le illusioni (innumerevoli) di allora continuano a tormentare e dividere l’Esagono e gli esagonali.

Lo confermano, una volta di più, le polemiche che hanno accompagnato gli ultimi gesti di Emmanuel Macron. Il 12 settembre il presidente, primo leader nato dopo i fatti, ha fatto visita alla vedova di Maurice Audin, un professore di matematica arrestato ad Algeri nel giugno del 1957 dalle autorità militari e da allora scomparso. Nel nulla.

Per la famiglia dello scomparso un segno importante. In quell’occasione l’inquilino dell’Eliseo ha riconosciuto che Audin era stato torturato ed ucciso dai soldati di Parigi. Un’omidio di Stato. «È giunto il momento di riconoscere la verità sull’argomento», ha dichiarato il presidente, «ed è importante che questa storia sia conosciuta ed analizzata con coraggio». Poi una serie di banalità sul ruolo “criminale” dell’esercito e sulle nequizie del colonialismo.

Una “messa cantata” applaudita dalle varie famiglie della “gauche” e dai mass media subito allineati al giovane marito di Brigitte, ma pesantemente criticata dall’opposizione destrista (neo gollisti e lepenisti), dai circoli militari e, soprattutto, dalla comunità dei “pieds noires”, una galassia coesa (ed elettoralmente pesante).

Sul settimanale “Valeurs Actuelles” è intervenuto il cantante Jean Pax Méfret, uno dei principali rappresentanti dell’esodo. In una lettera aperta a Macron, l’artista ha ricordato che fu l’allora governo socialista, spaventato dalla sanguinosa campagna terroristica del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, ad affidare all’esercito la repressione. Al generale Massu l’allora ministro dell’Interno François Mitterand concesse carta bianca. Tortura compresa. Senza alcuna pietà.

Ma non solo. Per Méfret rimane ancor oggi difficile considerare Audin un “martire”. Il docente era un militante del Partito comunista algerino coinvolto nell’attività terroristica del Fln. In quei terribili mesi, grazie alle bombe fornite dal Pca, un’ondata di attentati incenerirono i luoghi della comunità europea ad Algeri: centinaia di morti, migliaia di feriti. Audin era uno dei responsabili. Per Méfret il matematico scelse il «campo dei nemici della Francia». La sua tragica morte fu la conseguenza di una decisione che i tanti civili massacrati non ebbero.

Parole durissime. Dibattiti incandescenti. Spettri del passato sul presente. Troppo per Macron, uomo arrogante ma molto attento ai sondaggi (ormai in pesante calo….). Da qui la decisione di un altro strappo simbolico. Forte. In tutt’altra direzione. Verso destra.

Il 20 settembre il “Journal officiel” ha pubblicato il decreto con cui veniva finalmente nobilitata la drammatica e misconosciuta vicenda degli harkis (nella foto), i 250mila combattenti algerini fedeli alla Francia e dalla Francia traditi. Una storia terribile.

Nel 1962, alla fine della guerra, il governo di Parigi abbandonò alle vendette dei vincitori i suoi soldati musulmani. Fu una mattanza. Nella sua bella autobiografia (“Poteva andare peggio”, Mondadori) Mario Pirani al tempo “ambasciatore” in Algeria dell’Eni, così raccontò i fatti: «solo pochi trovarono scampo nella patria d’adozione. Fra quanti restarono, si è calcolato tra i 30mila e 150mila, secondo le stime più pessimistiche, abbiano perso la vita nei modi più atroci: costretti a scavarsi la fossa e a ingoiare le decorazioni prima dell’esecuzione, bruciati vivi, dati in pasto ai cani, evirati, legati ai camion e squartati. Intere famiglie, anche con i figli piccoli, vennero eliminate». Narrazioni crudeli e, per più di mezzo secolo, ignorate e taciute.

I circa 90mila “supplétifs” islamici che riuscirono a salvarsi dalle vendette del Fln algerino e sbarcare in Francia vennero concentrati in posti periferici, lontani da ogni sguardo. Divennero delle “non persone”. Dei fantasmi. Solo nel 1974 Parigi concesse ai vecchi miliziani il riconoscimento di “ex-combattenti” e poi, tra il 1980 e il 2000, una magra pensione e delle medaglie di latta. Nulla di più. Francesi di serie z.

Sul tema tutti i presidenti — Pompidou, Giscard, Mitterand, Chirac, Sarkozy, Hollande — preferirono glissare. Da più di mezzo secolo la storia degli harkis infastidisce il potere, imbarazzava ogni narrazione “buonista” e turba i rapporti con la petrolifera repubblica algerina. In più la comunità, negletta ma fiera, da decenni trova nei Le Pen (padre, figlia e nipote) ottimi interlocutori.

Tanti fili che si attorcigliano in un’unica matassa. Macron e/o i suoi consiglieri lo hanno capito. Lo scorso martedì a Les Invalides — il “sacra santorum” della memoria transalpina — Geneviène Darriussecq, segretario alla Difesa, ha presenziato ad una solenne cerimonia in onore degli “ausiliari” islamici. In quell’occasione sono stati insigniti dalla Legion d‘Onore sei reduci e decorati altri 30. La “Patrie reconnaissante” ha assicurato ai veterani e alle loro famiglie un aiuto di 40 milioni di euro. Un bel gesto a basso costo. Per il callido presidente l’ennesima piroetta. Con tanti saluti alla vedova Audin.