Nel più recente supplemento “La lettura” del “Corriere della Sera” appaiono pagine grigie e partigiane e segnalazioni utili ed innovative. Se ad esempio l’intervista di Marcello Flores allo storico inglese Donald Bloxham ne svela i limiti culturali presuntuosi e velleitari tanto da sostenere la rimozione e la distruzione di statue di figure discutibili, ancorato al passato e incapace di aprirsi a considerazioni non trite è l’intervento di Sergio Romano. Proprio nei giorni della ricorrenza del 75° anniversario dell’insensata e mai adeguatamente denunziata e condannata distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki, l’anziano (91 anni) ex diplomatico arriva a sostenere che “oggi, anche Croce riconoscerebbe che lo scopo di una guerra (la vittoria militare) potrebbe forse giustificare i bombardamenti “ sulle città giapponesi.
Sono nuovi e non stantii, ricchi di riflessioni affatto disprezzabili e da richiamare nel dibattito culturale della nostra terra, i saggi della israeliana Yael Tamir e dell’inglese Tony Yudt.

La prima, nel suo saggio Le ragioni del nazionalismo , è fautrice di una chiara, non coraggiosa ma doverosa politica sulla migrazione. “Lo Stato deve – è questo il suo avviso – controllare i flussi. La scelta della composizione demografica di un Paese non può essere lasciata alle organizzazioni non governative. La popolazione in genere teme le migrazioni non controllate. I meno abbienti hanno paura degli stranieri, li vedono come concorrenti in casa loro. Il dramma dei progressisti in Italia (recte i cattoprogressisti ) è stato che, accecati dall’ideologia globali sta, non hanno capito i bisogni e le paure più elementari degli elettori”.
Interessante e per di più coraggioso e realistico appare il riconoscimento degli israeliani, bisognosi, al pari dei palestinesi, “di uno Stato sicuro e socialmente solidale”. Nell’accostare il Risorgimento al movimento sionista delle origini, la Tamir rileva che “nel nazionalismo si trovano l’amore per la storia e per la natura del luogo in cui si vive, il senso di appartenenza che coincide con quello collettivo”. Sostiene – principio quanto mai accettabile – che “il nazionalismo aiuta a dare un senso alla propria identità in un mondo secolarizzato”.
Su due frasi di Judt gli storici e gli studiosi, per non dire i politici, dato per assurdo ne siano capaci, dovrebbero riflettere e fondare le loro analisi, spesso carenti, prefabbricate e partigiane; “Quando saccheggiano il passato per profitto politico, scegliendo i pezzi che possono fare il caso nostro e reclutando la storia per impartire opportunistiche lezioni morali , ne ricaviamo cattiva morale e anche cattiva storia” e quindi “abbiamo sostituito l’insegnamento della storia con l’utilizzo della storia per impartire lezioni morali”.
Queste interpretazioni e queste analisi saranno prese in considerazioni o saranno rigettate dai tanti sedicenti “storici” nostrani, uomini e donne, che illustrano (attento, non infestano!) le università e i dibattiti culturali della nostra povera Italia.