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Demagogia a fiumi, dosi massicce di insolenza verbale e un’ipocrisia sfrontata oltre ogni limite accettabile di pudore e decenza. Mentre nel Paese si infiamma l’attesa in vista del voto referendario del 4 dicembre, sui media nazionali infuria un dibattito politico all’insegna dello squallore più becero e disarmante. Un dibattito che sembra scavare in modo ancora più marcato una distanza incolmabile tra i cittadini e i partiti, con la conseguenza ulteriore di rinsaldare il fronte dei connazionali attratti dalle sirene della cosiddetta “antipolitica”. Un esercito di italiani disillusi e furenti nel cui animo si accresce di ora in ora con prepotenza la convinzione di quanto sia giusto schierarsi per il NO che diviene ogni minuto di più imperioso e assoluto, spontaneo e al contempo ponderato e assunto senza sconti e senza remore. Una campagna referendaria, quella del SI che non si accorge di fare ricorso ad argomenti che fanno a pugni con i drammi della realtà quotidiana e lo squallore delle prospettive di vita di un numero sempre maggiore di italiani che comprendono, che vedono e che, al momento opportuno, traggono le conseguenze del caso e agiscono. O almeno si spera.

Al netto delle polemiche e dei proclami, a pochi giorni dal voto di tutto si parla fuorché del merito della riforma. Una riforma che, come già accennato su questa testata in due precedenti articoli (e di cui questo è il terzo e conclusivo), si accinge a fare molto di più che riformare il Senato e abolire il Cnel. Una riforma che stravolge oltre un terzo della carta costituzionale vigente, demolendo un impianto chiaro e comprensibile (quello in vigore dal 1948) per fare posto a un pericoloso ibrido istituzionale, che pretende a parole di abolire le lungaggini procedurali del bicameralismo perfetto e in realtà mantiene in piedi un Senato pienamente operativo non più eletto dai cittadini, ma nominato dalla classe politica. Una riforma che è il prodotto di una maggioranza e di un governo illegittimi, figli entrambi di inciuci trasversali invece che della volontà popolare tale

Una maggioranza assai sensibile ai richiami del ceto politico di cui è piena espressione, incapace e riluttante non a caso di mettere finalmente mano alla sostanza dell’articolo 67 della Costituzione, quello che garantisce ai parlamentari l’esercizio delle funzioni “senza vincolo di mandato”: una formula magica che ha consentito, consente tuttora e consentirà di sicuro ancora negli anni a venire la transumanza dei parlamentari di schieramento in schieramento e di partito in partito, a seconda di come tira il vento del potere. Un’esperienza ben conosciuta dagli oltre cento onorevoli che, soltanto nell’ultima legislatura, hanno cambiato casacca nel sacro nome del trasformismo in salsa gattopardesca.

In tutti i casi, prima ancora che gli italiani si siano pronunciati nell’urna, sui quotidiani è partita la gara a delineare gli scenari possibili del dopo voto. Opinionisti e politologi concordano all’unanimità che in caso di un successo del SI la leadership renziana uscirebbe rafforzata a tempo indeterminato, sia sul fronte interno sia sul fronte bipartisan della politica nazionale, con un aumento esponenziale delle quotazioni di un nuovo trasversale Partito della nazione, erede quantomeno nei numeri della Balena bianca che fu. Viceversa, in caso di vittoria del NO si spalancherebbero alla corsa per Palazzo Chigi le ambizioni di Matteo Salvini e del Movimento cinque stelle, che hanno già annunciato di voler chiedere al presidente della Repubblica nuove elezioni, restituendo finalmente la voce al popolo sovrano. L’impressione è che, in entrambi i casi, il conto alla rovescia per le elezioni politiche sia già cominciato. A noi italiani spetta il compito di decidere chi ne saranno i contendenti.

Nicola Silenti