Con un colpo di teatro Renzi e Berlusconi hanno riportato al centro del dibattito politico le riforme istituzionali. Un nuovo modello elettorale e una revisione della Costituzione che abolisca il bicameralismo perfetto sono gli obiettivi inquadrati nel mirino dei due leader. Proviamo a fare un ragionamento sui entrambi i temi.

Il dibattito sulla legge che sostituirà il deprecato “porcellum” riempie pagine di giornali e talk show televisivi. Il “modello spagnolo” riveduto e già ribattezzato “italicum” piace davvero a pochi per i motivi che sono stati più volte, anche su queste pagine, esposti. Uno per tutti, non consente la effettiva scelta dei parlamentari da parte degli elettori. Scelta che sarebbe, invece, garantita da un sistema uninominale maggioritario con collegi piccoli o con l’introduzione delle preferenze.

Ma il punto non è questo. La sintesi trovata da Renzi e Berlusconi nasce dal combinato disposto delle esclusive esigenze dei due. A Renzi un sistema elettorale come quello proposto garantisce potestà assoluta non soltanto nelle scelte delle candidature (personalmente non riteniamo le primarie per i candidati alle elezioni politiche attendibili fino a quando non diventeranno de jure parte di una legge elettorale), ma consente al Partito democratico di esercitare una forza di attrazione naturale nei confronti degli altri partiti e movimenti della sinistra. E che il sindaco di Firenze voglia portare a casa il risultato a tutti i costi lo dimostra l’ingenua e spontanea ammissione nei confronti dei critici sostenitori delle preferenze. “Ho preso un impegno con Berlusconi, se mettiamo le preferenze l’accordo salta” ha detto Renzi chiaramente.

E qui sta l’altra parte del problema. Le note vicende giudiziarie e le dinamiche interne all’ex Pdl stanno ovviamente condizionando le mosse del Cavaliere. Silvio Berlusconi ha da un lato l’esigenza di salvaguardare una classe dirigente in alcuni ma significativi  casi incompatibile con la raccolta del consenso in prima persona, quindi niente preferenze. Dall’altro, una soglia di sbarramento elevata tradisce la volontà di regolare i conti con gli “scissionisti” del Ncd, risucchiando a se il bacino elettorale dei movimenti e dei partiti “altri” che sono collocati nel centrodestra italiano. Non ci meravigliamo di nulla, se non del fatto che questa è una visione che sembra orientata non ad aggregare per vincere, ma a ridurre per perdere meglio. Una scelta che da la netta sensazione di nascere da un animus crepuscolare, dal timore di chi ritiene l’avversario in netto vantaggio e che si accontenta di rimanere, pur perdente,  l’unico interlocutore sul campo.

E qui introduciamo il secondo argomento, strettamente collegato al primo, la riforma costituzionale e l’abolizione del Senato. Rendere efficienti le istituzioni, moralizzarle e tagliare i costi della politica sono ormai parole d’ordine metabolizzate da tutti. Per la verità temi così importanti per la vita di uno Stato, banalizzati dagli slogan demagogici dei grillini o dalla fantasia popolare, rischiano di indurre a scelte emotive, improvvisate, giusto per dare in pasto all’opinione pubblica una riforma purchè sia. E poichè una democrazia si basa su una pluralità di istituzioni che hanno un costo, è bene dire chiaramente che una riforma che proceda per tagli e riduzioni senza una “visione”, porta con se il rischio reale di una riduzione degli spazi di libertà. Allora una forza politica che voglia davvero affrontare il tema delle riforme non può non partire da due capisaldi “autorevolezza” e “legittimazione” delle istituzioni che decidono, in una sola parola dal Presidenzialismo. Pensare che si possa davvero entrare in una immaginifica Terza repubblica solo perchè si è abolito il Senato, senza una riforma di sostanza che dia un senso a quel presidenzialismo de facto esercitato oggi dal Capo dello Stato è illusorio se non truffaldino.

La battaglia per la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale porterebbe con se anche la semplificazione del quadro politico, non per eliminazioni di culture e pluralità politiche fatte a colpi di “soglie”, ma perchè come accade nei Paesi in cui vige questo sistema, diventa fisiologico aggregarsi tra simili piuttosto che parcellizzare aree omogenee. Ecco perchè bisogna andare oltre i laudatores o i detrattori dell’accordo Renzi-Berlusconi, protagonisti di un patto minimalista che per i motivi già esposti è più orientato a soddisfare le esigenze di Pd e Fi che a riformare in modo coerente l’architettura costituzionale dello Stato. Per il bene del Paese occorre rilanciare, volare alto e lanciare la sfida dell’unica, vera, riforma quella presidenzialista. Attorno a questa si possono aggregare tutte le forze politiche, sociali e culturali disponibili a modernizazre l’Italia, per una volta, senza trucchi e senza inganni.