Dall’alto di un senno, che non ammette contaminazioni, tre editorialisti del “Corriere della Sera”, “cavalieri del vero e del giusto”, hanno detto la loro sul momento politico.

    Massimo Franco (La stagione che finisce) ha individuato la causa dello sbandamento grillino in una presunta, pretesa “crisi di identità”, in realtà mai posseduta, fondata invece sulla forza bruta di un consenso emozionale, fanatico ed isterico, cui poteva dar credito solo Salvini. La diagnosi di Franco, apprezzato in altri momenti, staziona nell’ovvio, sullo scontato concerto tra il “cavaliere del nulla” al momento a palazzo Chigi, e il “leader” (?) del PD, “Montalbano junior”, pessimo amministratore nella Regione Lazio, vincitore nell’ultima consultazione grazie al miliardesimo errore compiuto da Berlusconi con la scelta dell’impresentabile ed insopportabile antagonista Parisi.

   Sulle posizioni dell’opposizione (Salvini e Meloni: più che una rivalità che un’alleanza) si sofferma Aldo Cazzullo, attento nel segnare le differenze, le rivalità tra i due bigs. Se è da apprezzare la insistenza sui ben diversi trascorsi politici dei due, coerente la Meloni, altalenante l’altro, superficiale è l’accostamento per gli alleati internazionali. A Cazzullo è sfuggita l’inascoltata richiesta avanzata dalla deputata romana per un vincolo nelle alleanze, da codificare dopo l’esperienza mai rinnegata del 2018 e con un Berlusconi, tradizionalmente “ballerino”.

   Non sono marginali né di poco conto le scelte nel sistema elettorale. La Meloni, infatti, nel sostegno del maggioritario, è separata dall’ex- capo dei giovani padani, fautore con il PD e i grillini del proporzionale. All’ex ministro per la Gioventù occorre comunque suggerire e consigliare una ben più forte attenzione nella selezione delle candidature. Del resto, una volta scongiurata qualsiasi collusione elettorale, FdI potrebbe recuperare i tanti astensionisti, ora ostili a questo connubio idealmente innaturale.

   La bocciatura più franca ed esplicita è meritata dalla nota di Antonio Polito (Cosa ci dirà il voto in Emilia). Il giornalista, memore e condizionato dal proprio passato, finge di non avere notizia della cappa soffocante, imposta nella regione per decenni dal PCI in ogni aspetto della vita pubblica e sociale. E’ prova del taglio aprioristico di Polito la fiacca, fragile, quasi ridicola confutazione dei fatti di Bibbiano.

   A questa scandalosa, vergognosa, incredibile vicenda contrappone il varo a Reggio Emilia di un modello pedagogico, “ammirato e studiato in un centinaio di Paesi nel mondo”.

   Di fronte a questa affermazione rigida, tipica di una mentalità “rossa”, viene da chiedere – se si vuol discutere in maniera seria ed onesta – l’elenco circostanziato dei Paesi beneficiari di tanta geniale visione.