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Come una rondine non fa primavera, un buon risultato a Roma non fa un successo elettorale.
Le urne del 5 giugno segnalano la marginalità della destra in Italia. Conseguenza, si, degli errori del passato, dallo scioglimento di Alleanza Nazionale alla diaspora del PDL; si della pochezza dei capi, da Fini ai suoi colonelli; ma soprattutto della mancanza di dimensione culturale.
La classe dirigente missina, sciolta dalla lunga clausura almirantiana, e’ stata presto sedotta dalle lusinghe del sistema. Proprio quando se ne annunciava il fallimento. Quando, fallito il comunismo, cominciava la crisi della democrazia parlamentare. La globalizzazione, infatti, contrabbandata dai chierici del libero mercato per progresso, preludeva in effetti al crollo economico-finanziario, che ha scosso le fondamenta del sistema capitalistico, disvelato la subalternità della politica, impoverito gli Stati e i popoli.

E’ emersa l’urgenza d’una terza via, d’un’uscita dall’alternativa fra socialdemocrazia e liberalismo, fra internazionalismo ed isolazionismo. E’ balzato in evidenza che un popolo senza Stato, uno Stato senza forza economica e finanziaria, sono entrambi inermi di fronte alla voracità delle oligarchie del denaro, fondi o banche che siano, apolide e asociali, volte ad asservire gli uomini e l’ambiente.
Non a caso spira in tutto il modo, un vento di protesta contro lo status quo, contro i sistemi, contro le caste, dagli Stati Uniti all’Europa, dal Medio oriente all’Africa, che spesso esplode in terrorismo.
Non a caso sono messe in discussione le istituzioni politiche comunitarie e le stesse costituzioni dei singoli Stati. Nel Regno Unito, in molti Paesi dell’Est europeo, finanche nelle confuse velleità riformatrici di Renzi, si riflette l’intuizione generale dei popoli che bisogna riarmarsi della sovranità, riappropriarsi delle proprie risorse naturali ed economiche, dei propri risparmi, se si vuole evitare d’essere pianificati e omologati come una utenza universale, attorno a giganteschi supermercati, alimentata maltusianamente secondo il minimo necessario per sopravvivere e consumare.
Vogliamo, noi della destra, riaffermare le identità storiche, culturali, religiose e civili che hanno fatto la grandezza delle civiltà, di tutte le civiltà, europee e non, cristiane ed islamiche; che hanno elevato le popolazioni a popoli e i popoli a Nazioni? Se non noi, chi?
Dobbiamo alzare l’orizzonte dei giovani al di sopra degli scranni nei Consigli locali e nel Parlamento; più in alto della nicchia di potere e dello stesso posto di lavoro; dobbiamo stimolarli a costruire una società che li renda liberi, che gli riconosca dignità e ruolo, in cui formare famiglie serene, sicure, rispettate e protette dalle istituzioni. E le istituzioni siano alla portata dei cittadini, non remote e anonime burocrazie, romane o regionali o europee che siano.
Dobbiamo aiutarli a ritrovare la Patria, la terra dei padri, ad esserne orgogliosi , ad amarla.
Chi non rispetta se stesso non può aver rispetto degli altri. Se i popoli non sono in pace con se stessi, non possono sentirsi in pace tra loro. Vedeva giusto De Gaulle: l’Europa o è delle Patrie o non è. Peggio, e’ un marchingegno per avidi affaristi.
Ci sono nell’area della destra, da FdI a Casa Pound, energie morali e intellettuali incorrotte, giovani e non giovani disposti alla grande competizione culturale e politica per il futuro dell’Italia, piuttosto che per la poltrona in un consiglio di zona o altrove. Si facciano avanti, promuovano incontri, discussioni, autoconvocazioni. Per farsi sentire ed ascoltare. Per divenire una comunità umana, politica e culturale aperta e dinamica. Per dare un’opportunità a se stessi, agli altri, alla nostra povera Italia.