L’assedio è la condizione della nostra quotidianità. È la paura che impedisce di pensare ad altro che non sia la nostra fragilità. E da essa ci illudiamo di salvarci attuando stili di vita più che prudenti. I cimiteri nel giorno della commemorazione dei defunti sono quasi deserti; alcuni chiusi. Il coronavirus non ha rispetto neppure per i morti e non conosce tregua. Accettiamo, impauriti, la condizione forse meno dolorosa, ma non è detto quando avvertiamo che i confini della libertà si vanno restringendo ogni giorno di più. Abbiamo paura e ci sentiamo sconfitti.

Sconfitti nell’anima e nel pensiero: una condizione psicologica e comportamentale che non è possibile ipocritamente celare. Probabilmente, ricordando altri momenti storicamente significativi per i destini dell’umanità, una tale paura non si è mai avvertita perché la morte non era stata esorcizzata come nel tempo svagato della modernità, quando la rimozione della fine è stata quasi codificata, derubricata a livello di accidente che non può accadere, che non deve accadere. Men che meno a buona parte dell’umanità simultaneamente. E alla morte fa compagnia la malattia, il senso d’impotenza, l’inabilità transitoria o permanente. Il solo pensiero ci spaventa. Insomma, siamo pervasi da una sottile angoscia che ci tiene compagnia, che scandisce le nostre giornate sempre più solitarie. Con l’aggravante che ci pesa maledettamente rinunciare a quanto preme alla porta delle nostre esistenze in maniera petulante, ossessiva, volgare, violenta.

Si fa presto a dire che non bisogna lasciarsi vincere dalla paura. La paura ha già vinto. Salendo su un aereo, e non perché si tema che cada. Inoltrandoci nelle giungle che chiamiamo città e non soltanto per il timore di essere messi sotto da un pirata della strada o aggrediti da un malvivente. Rientrando tra le pareti domestiche dove sempre più spesso in agguato c’è l’indifferenza come killer nascosto o subdolamente gradevole. Ingannandoci con lo smodato possesso della materialità delle cose (per lo più inutili) rendendoci conto che i bisogni fittizi non danno la serenità. Porgendo la mano al nemico ritenuto amico. Ed ora convivendo con l’Alieno, l’ospite indesiderato, il “decisore” implacabile che s’impone sulle nostre vite. La paura è la compagna più stretta che abbiamo, quasi un’amica che ci fa sentire meno soli.

Ci tuffiamo nella crisi della civiltà immaginando che dall’appagamento di tutti i desideri possa derivare anche il soddisfacimento spirituale. Abbiamo paura di tutto questo e di molto altro ancora perché non sappiamo più dare un senso alle cose e nella nostra immaginazione prendono consistenza le forme più spaventose della dissoluzione del corpo e dell’anima. Noi non possiamo non avere paura nel mondo e del tempo in cui ci è toccato vivere. Così come ne avevano paura Bruegel il Vecchio quando dipingeva il Trionfo della morte o Hyeronimus Bosch LInferno o Il mondo dopo il diluvio: suggestioni demoniache o visioni umanissime dell’apparizione del Male? Tra le primitive manifestazioni dei meccani di cui l’uomo s’è servito ve ne sono stati di divoranti messi in opera per dare l’assalto all’inconoscibile e l’avventura si è sempre, in ogni tempo, trasformata in una straordinaria opera d’arte dell’ingegno e del coraggio: non poteva dare luogo a paure se la sfida era commisurata all’ambizione di superare se stessi avendo rispetto della natura, insomma affermarsi senza distruggere e dunque temere la rivolta dell’inconoscibile, anche se spesso finiva in tragedia.

Oggi non è più così. Non abbiamo dimenticato le sofferenze del corpo e il suo declino tra le paure, ma queste sono “naturali”, non indotte, inventate, costruite. Le amplifichiamo perché riteniamo di non doverci staccare dalla vita, perché la morte sarebbe il male assoluto, perché non riconosciamo purezza in un aldilà che ci è stato descritto, ma che nessuno ci ha mai fatto vedere. Paura del non-esserci, insomma. È così che esaltiamo il corpo soltanto perché caduco e non espressione di forza e di bellezza. Alla stessa maniera temiamo le forme per il solo fatto che non riusciamo a riprodurle, come è stato nel passato, quando la mente e lo spirito parlavano lo stesso linguaggio e leggevano nello stesso firmamento. In un sondaggio Gallup del 1991 è stato rilevato che “non è la vita tout court che vogliamo, ma una vita che possa essere vissuta in tutta la sua ampiezza e portata. Se non possiamo avere una vita con questa libertà e di questa intensità – e non la possiamo avere se proviamo un dolore continuo e ricorrente – presto molti di noi ne faranno a meno del tutto”.

La paura, dunque, è il mostro che convive con noi, dentro di noi. Una parola, tra le tante possibili lo riassume e lo descrive: pandemia. Una volta era la guerra. Non è detto che l’una e l’altra non siano le facce di una stessa medaglia. Ma è una verità parziale. In realtà la sola paura che riflette tutte le manifestazioni di terrore che ci stringono da ogni parte è il sentimento della nullità che pervade ognuno di noi, ma che nessuno ammette.

Il cammino è stato lungo, ma l’approdo è un sentiero interrotto, come constatiamo anche a una superficiale osservazione della nostra condizione. Noi stiamo al di qua di questo sentiero e la paura per ciò che dovrebbe o potrebbe esserci al di là ci rende aggressivi, scontenti, amareggiati, doloranti. Ma anche adoratori dell’effimero che dovrebbe darci la felicità: paura è perdere l’inessenziale patrimonio sotto un bombardamento, in un attacco terroristico, dopo le devastazioni climatiche, al culmine di una pandemia, perfino alla fine di un amore. Fame e sesso segnano i confini di ciò che di più “prezioso” si può smarrire. Sono i Moloch della Civiltà. O della Civilizzazione, come direbbe Spengler. E a essi sacrifichiamo ogni cosa, ben sapendo che nella tomba non ci porteremo golosi appagamenti, né erotiche attrattive. Ma allora, per non avere paura che cosa bisognerebbe fare? Rinascere, forse? Francamente, non mi pare che qualcuno abbia risposto finora, almeno dopo il lacerante grido che squassò la Terra lanciato dal Golgota. Forse lì, in quell’attimo, la paura spaccò le anime e si insinuò tra di esse dopo che un disordine di altra natura e diverse dimensioni aveva cercato, sia pur per poco, di rallegrare l’umanità nascondendola al proprio destino. Prometeo era vivo quando Cristo è morto. Ma entrambi hanno visto la paura in volto e l’hanno vinta accettando la morte non come espiazione, ma come – se è concesso il paradosso – dolore gioioso.

La povertà spirituale del nostro tempo induce a ritenere che la paura non sarà vinta praticando l’edonismo come sublimazione laica di una sacralità perduta. Abbiamo una sola possibilità: convivere con la paura perché questo è il carattere della nostra epoca, immaginando l’angoscia che ne deriva, come diceva Soren Kierkegaard, quale “vertigine della libertà”. Essa, dunque, può essere una forza, ma non per questo possiamo o dobbiamo essere contenti del nostro destino. La radicale soluzione sarebbe quella di rifugiarci in una sorta di privatissimo Eden dove nulla potrebbe scalfirci, ma è pura utopia. Allora che la paura sia con noi e ci accompagni dato che non abbiamo altra possibilità. Forse la fede può alleviare il senso di precarietà che ci opprime. Ma da quanto vediamo in giro c’è sempre meno gente disposta a liberarsi dei fardelli “paurosi” in nome di qualcosa di più essenziale che la trascende.

Insomma, della paura non si può fare a meno. Certo, la si può controllare, limitarne l’aggressività, costringerla in un recinto, a patto che si sappia che là il vento della salvezza spira da una parte e che l’occasionalismo cui siamo votati non è eterno. Quanti sono disposti, insomma, a tornare a una sana pratica del viaggio interiore dove non s’incontrano incubi? Probabilmente pochi. La pandemia ha messo a nudo la forza della paura e ci sta modellando secondo canoni inimmaginabili.