Il primo dato che emerge con il trascorrere dei giorni è il lievitare delle perdite. Perdite civili, per cominciare, in quanto le più illegittime e intollerabili. Ma anche perdite militari, perché sono ormai oltre 50 i soldati israeliani uccisi in combattimento, un livello di perdite che non credo fosse stato previsto dai vertici dello Stato ebraico.
La guerra urbana – si sa – è una forma di conflitto terribile e sanguinosa, che moltiplica le potenzialità dei difensori e complica pesantemente quelle degli attaccanti. Ovviamente anche un conflitto urbano può essere vinto dagli attaccanti, ma – e questo è l’interrogativo principale – a quale prezzo?
Se si comincia dalla questione dei tunnel, è chiaro che essi sono una minaccia molto cospicua, sia sul versante offensivo sia su quello difensivo. Sul versante offensivo consentono ai miliziani di Hamas di irrompere in territorio israeliano. E’ chiaro che si tratta di missioni spesso quasi suicide, ma occorre prendere atto della natura del combattente animato da forti motivazioni ideali (che le si condividano o meno): il suo disprezzo per la vita sarà sempre evidente ed esibito. Del resto, ogni cultura ha le proprie caratteristiche e, anche se a certi Stati Maggiori la cosa pare dare molto fastidio, c’è ancora chi si sente GUERRIERO, prima che SOLDATO, e chi alla guerra “post-eroica” preferisce ancora quella eroica.
Sul versante difensivo, i tunnel sono un incubo per qualsiasi reparto di fanteria, anche il più specialistico: l’imbocco dei medesimi può essere una trappola; il percorrerli richiede grande coraggio e può determinare infinite sorprese; un eventuale scontro sotterraneo è soprattutto un confronto di volontà, dove vince chi ne ha un po’ di più dell’avversario. Infine l’uscita, se si riesce a percorrerlo fino in fondo, può riservare terribili sorprese, essendo un luogo di elezione classico per imboscate,
In effetti, le imboscate sono un’altra peculiarità temibile del conflitto urbano: possono essere organizzate pressoché ovunque e gestite in modo da essere fatte scattare quando possono infliggere perdite tremende al nemico, cosa che a Gaza pare sia avvenuta già più di una volta.
Una carenza tecnica cui Hamas pare aver sopperito, dopo anni di fragilità da questo punto di vista, è la disponibilità di razzi anticarro, di cui alcuni specificatamente concepiti per il combattimento urbano, come l’RPG-29, di fabbricazione russa. A differenza degli ordigni su cui si è sempre basata Hamas negli ultimi anni, questi razzi sono estremamente efficaci e mortiferi, e non consentono alla fanteria israeliana di utilizzare adeguatamente la protezione offerta dai carri armati, dai veicoli trasporto truppe o dagli stessi edifici. Occorre mantenere i reparti costantemente in movimento, in caso contrario la rete informativa di Hamas farà sì che essi vengano rapidamente attaccati, nel giro di pochi minuti, là dove si sentivano al sicuro, e attaccati con ordigni che provocano loro forti perdite.
Meglio pare funzionare, da parte israeliana, il sistema di protezione antimissile TROPHY, che individua e neutralizza gli ordigni missilistici in avvicinamento ai carri armati, facendoli esplodere prima del contatto. Tuttavia, questi progressi tecnologici, per quanto importanti, non sono decisivi per vincere un conflitto urbano, che è sempre e soltanto un terribile scontro di fanterie. Per vincerlo, bisogna essere preparati a sostenere perdite molto elevate e i numeri – ammesso e non concesso che siano veri – ci dicono che lo Tsahal ha già avuto tanti, troppi morti.
La conclusione che si può provvisoriamente trarre è che Hamas, dopo tanti errori, ha finalmente imparato a fare la guerra in ambito urbano (e non solo), probabilmente perché si è avvalsa dei giusti consiglieri e di più efficaci sistemi d’arma.
Israele resta molto forte, ma non può più vincere. Se avesse una dirigenza politica più saggia e meno accecata dal mito dell'”Herrenvolk”, cercherebbe sicuramente una pace di compromesso, per dividere i suoi molti nemici, che tutto sono meno che concordi tra loro.