E adesso? E adesso che, come facilmente prevedibile senza ricorrere ad arti divinatorie, l’imminenza delle elezioni regionali induce Lega e Forza Italia a tornare in amorosi sensi, come la mettiamo, a destra?
Che dicono quelli che avevano salutato in Salvini il nuovo vessillifero di una destra tramortita sotto la guida di un Berlusconi ormai dichiaratamente – ed esclusivamente – condizionato dai suoi personali interessi?
Cosa argomenteranno quanti, bisognosi di un duce (con la minuscola, per carità) purchessia, che per accreditarsi alla corte del Matteo padano avevano relegato in un cantuccio della memoria anni di dichiarazioni, voti e professioni per nulla compatibili con chi dovrebbe fare dell’unità ed identità nazionale il proprio mantra?
Se poi, come vocifera Radio Fante, l’indossatore di felpe non dovesse cedere alle preghiere di chi gli chiede di trasformare la sua manifestazione programmata per il 28 febbraio a Roma, in un evento condiviso e paritariamente partecipato, sarebbe davvero imbarazzante argomentare il “contrordine”.
La realtà, non poi così indecifrabile, è che a Salvini non fotte niente di nessuno, punto. E, nella sua logica, ha pure ragione. Il ragazzo è svelto (lo conosco da un paio decenni), e sa che il suo compito è fare il pieno di voti delusi ed incazzati nel vuoto generale di credibili alternative alla sinistra. Ma ha ben chiaro che tra i suoi obiettivi non ci potrà MAI essere quello di diventare, lui stesso, il campione con cui il centrodestra potrà tornare al governo.
L’area personale (non a caso, per sfondare nel centro-sud, sostituisce il suo nome a quello della Lega) che sta costruendo potrà anche crescere, e crescerà. Ma occuperà sempre uno spazio che – da solo – rischia di ripetere l’ininfluenza istituzionale sotto la quale già si sta spegnendo il fenomeno Grillo. E non è un caso che stampa e tv, di solito così avari di spazi per chi non appartiene al gotha della sinistra, se lo contendano più della farfallina di Belèn a Sanremo. A Renzi, ed alla sinistra in genere, un capo dell’opposizione così fa gioco; perchè garantirà all’opposizione di restare per sempre tale.
Piaccia o no, ciò che manca, che forse è più difficile e lunga da costruire, è un’offerta di politica programmatica e governativa (ciò che avrebbe dovuto essere, senza mai essere riuscito a divenire, il PDL), che poi con Salvini potrà e dovrà individuare forme di alleanza per competere contro i comuni avversari.
Ma per lavorare a quel cantiere, bisognerebbe privilegiare la strategia del lungo periodo, piuttosto che ingegnarsi sulle tattiche di conservazione della seggiola.