Complice un black out elettrico improvviso, nella mattinata di ieri – esaurite le batterie dei computer – mi sono dovuto forzatamente dedicare ad altre attività, nel caso di specie a quella da me più amata: la lettura. Ho potuto così portare rapidamente a termine la disamina del numero 80 di “Aspenia”, la rivista dell’Aspen Institute, dedicato a “Potere digitale e democrazia“.
       Mi documento sempre al massimo su chi non la pensa come me, in quanto la “conoscenza del nemico” è fondamentale, molto di più e molto prima di quella dell’amico. Sono così riuscito a completare d’un fiato le 227 pagine di questo numero e ho letto una lunga serie di saggi di estremo interesse, che mi hanno confermato in alcune valutazioni che già avevo fatto mie e che sintetizzo qui di seguito:
  • la diffusione della Rete (o meglio ancora delle reti) è percepita dai fautori (consapevoli o meno che siano) della democrazia totalitaria come una minaccia molto seria al loro potere, al punto da indurli a ipotizzare (per il momento ancora tra le righe…) la possibilità che, in futuro, la logica de “un uomo, un voto” possa subire dei “correttivi” in grado di non mettere a repentaglio gli assetti politici e metapolitici esistenti.
  • Ex inverso, al di là delle geremiadi sul commercio dei dati individuali e collettivi (che sono per gran parte una forma di disinformazione, di deliberato tentativo di gettare fumo negli occhi delle “anime belle”), quello che dà fastidio oggi ai “padroni del vapore” è che la rete contenga forme di resistenza passiva e anche attiva che essi non avevano previsto. Esiste infatti la possibilità, per i singoli, di diffondere pubblicamente “Pillole concettuali di Resistenza di Massa”, le quali, moltiplicandosi e diffondendosi, consentono di costituire forme di contropotere che possono rappresentare la classica pietruzza inserita in un ingranaggio ben oliato, capace però – per il suo semplice esistere – di bloccarlo.
  • Si è creato in tal modo un nuovo terreno di scontro, un nuovo ambito di guerra dove anche l’esistenza della più terribile delle asimmetrie tra chi ha potere e chi non ne ha può essere in qualche modo colmata, perché si possono far circolare molte più informazioni e valori, e perché i singoli hanno la possibilità di associarsi tra loro, dando vita a nuove forme di democrazia diretta, non mediate da alcuna ingerenza di rappresentanza.
       Siamo dunque di fronte a situazioni nuove, ma di cui è già possibile intuire la straordinaria valenza, nel senso che possono nascere e si possono far nascere metapolitiche nuove, scaturenti dal basso, autodirette e – a partire da un certo livello – anche sapientemente eterodirette o comunque alla ricerca di incroci, interfaccia e alleanze un tempo assolutamente impensabili, prima ancora che impossibili, e che travalicano i limiti abituali delle intese metapolitiche.
       Siamo perciò in presenza di una nuova forma di guerra culturale, di strategia mediatica e questo mi ha indotto a riprendere in mano il mio libro “Lo stratega mediatico” (Roma 1998) ed a constatare che dovrei assolutamente dedicarmi a scrivere qualcosa di nuovo in materia, perché troppe novità si sono manifestate con forza nel corso degli ultimi venti anni.
       Quello che intendo sottolineare, tuttavia, è che le guerre del futuro saranno essenzialmente mediatiche, informative, metapolitiche, tecnologiche, cibernetiche, e che sarà sempre più importante il vecchio ma sempre valido assioma clausewitziano, quello per cui le guerre si vincono solo ANNIENTANDO LA VOLONTA’ DEL NEMICO. Su questo si sta concentrando la mia riflessione, anche se, almeno in Italia, sono la classica “vox clamantis in deserto“.