Il centenario della pubblicazione dell’ “Appello al Paese” (18 gennaio 1919) ha offerto la stura, l’opportunità a due studiosi, notoriamente laici, di cimentarsi con la storia, le vicende e le prospettive dei cattolici e del movimento, da loro animato.

   Il primo dei due, Ernesto Galli della Loggia, rileva che con la sua iniziativa, non confortata da successo, il sacerdote siciliano dette “avvio al pieno protagonismo nella vita politica da parte dei cattolici, che fino allora si erano tenuti fuori”. Ora il collega dimentica (non mi permetto di scrivere “ignora”) che sin dall’enciclica “Pascendi Dominici Gregis” dell’ 8 settembre 1907 papa Pio X, aveva con un eloquente limite, purtroppo in seguito superato, consentito la presenza nell’aula di Montecitorio non “di deputati cattolici, ma di cattolici deputati”. 5 anni più tardi poi con il “Patto Gentiloni”, predisposto da Vincenzo Ottorino Gentiloni, antenato dell’ex presidente del Consiglio, 21 “candidati cattolici”, sottoscrittori del documento, grazie all’appoggio dei liberali, avevano fatto il loro ingresso alla Camera.

   Ancora a Galli “sfugge” il precedente dei 1.442 “ministri del culto”, presenti secondo una rilevazione del 1889 nei consigli civici, nel rispetto ed in applicazione del principio “preparazione nell’astensione”. Nota poi nell’ “Appello”  la mancanza di accenni al tema dell’”inutile strage”, il giudizio di Benedetto XV, pedissequamente circoscritto dai neutralisti nostrani (socialisti e cattolici pacifisti) alla sola Italia ma indirizzato il 1° agosto 1917, come era logico e naturale fosse, “ai capi dei popoli belligeranti”.

   Il pontefice genovese si proclama infatti “Padre comune”, perfettamente imparziale.

   Del tutto opinabile è l’avviso espresso secondo cui , date per “morte” (non sarebbe il caso di definirle  “suicidatesi” ?) le antiche culture politiche di destra e di sinistra e ritenuto “in crisi evidente” il bipolarismo, sembra riattualizzarsi “in misura decisa l’ispirazione democratico –liberale propria del cattolicesimo politico italiano”.

   Queste considerazioni di Galli palesano un altro vuoto, evidente ed indiscutibile. Ad animare questa tendenza, a parte le patetiche, tipiche, “appropriazioni indebite” di Berlusconi, sono politici tutt’altro che liberali, come Prodi ed i suoi amici della vecchia sinistra democristiana, e lo stesso Enrico Letta. Il quadro europeo mostra poi di giorno in giorno  i segni del fallimento dell’ideale unitario, come prova il “patto” egemonico, inventato da due “dei” al loro “crepuscolo”, la Merkel e l’ex enfant prodige Macron.

   Lontana, superata, quanto meno disattesa è la lezione di Sturzo, che, sconfitto nell’agone degli anni Venti da Mussolini, fu in modo ipocrita ma trasparente accantonato nel Secondo dopoguerra dai presunti suoi continuatori, capaci di sabotarlo, senza scampo, nelle elezioni amministrative romane del 1952, sulla c.d. “operazione”, potenzialmente abbondante, se realizzata, di conseguenze storiche.

   Il bilancio tracciato dall’altro collega, fresco di quiescenza, Angelo Panebianco, appartenente alla famosa “scuola di Bologna”, fucina di cervelli “cattolici democratici”, è lontanissimo dal riconoscere la necessità prioritaria di un profondo quanto denso esame di coscienza. Arriva infatti a sostenere la reimpostazione “in chiave rigorosamente meritocratica” del “nostro sistema educativo”, senza, però, interrogarsi sulle responsabilità, sugli errori e sugli errati indirizzi delle politiche scolastiche (a quale fazione, tanto per fare un nome tra i più devastanti, apparteneva un certo, osannato e venerato parroco di Barbiana?) sostenute e sbandierate dai governi di centro – sinistra.