Il mondo si divide in due parti: chi blatera, e chi agisce. Non è intenzione dello scrivente difendere una Chiesa Cattolica che, non soltanto per colpa del pontefice peggiore della sua storia (Alessandro VI almeno aveva il fascino del gran “villain”…), si inoltra inarrestabile in un declino sempre più patetico. Però andrebbe notato che, dal tanto vituperato 8xmille, la tanto vilipesa Conferenza Episcopale Italiana ha ricavato 13 milioni e mezzo di euro, parte dell’impegno ecclesiastico nel contrasto alla pandemia del COVID-19.

Nessun commento dai soliti, tantissimi qualunquisti, quelli che ogni tanto devono ripetere banalità sui “forzieri vaticani”, sulla ricchezza della Chiesa, sulle decorazioni dorate mentre la gente muore di fame, eccetera.

I cinici si divertono, quando un uomo di chiesa dà scandalo. Perché possono dire: i preti sono come noi, parlano di santità ma hanno i nostri difetti, non sono meglio di noi. D’accordo, tanti uomini di chiesa hanno sbagliato, peccando a volte peggio di tanti laici.

Mentre però tanti studenti intruppatissimi nel conformismo “millennial”, quindi atei, si esibivano nell’infame e vigliacca fuga da Milano, contagiando i parenti nel Centro e Sud Italia, un parroco della provincia bergamasca, don Giuseppe Berardelli, contagiato dal coronavirus, rifiutava il respiratore: preferiva lasciarlo a un altro contagiato, molto più giovane dei suoi 72 anni.

Don Giuseppe ha pagato con la vita il suo gesto di generosità. Un qualsiasi prete di provincia che si sacrifica per il suo prossimo, mentre la generazione più autoreferenziale, codarda, imbelle e imbecille di sempre spargeva il contagio. Loro, i “millennial”, a ripetere “noi che chiediamo noi che vogliamo noi che pretendiamo” e amenità varie; lui, don Giuseppe, uno che per i “millennial” è soltanto un relitto (la testimonianza d’un passato da rifiutare, tramite parole d’ordine come “oscurantismo”), a dire: “lui, il prossimo mio il mio fratello, il mio amico”.

Settimana scorsa, Guido Bertolaso ha compiuto 70 anni: non gliene è fregato nulla, era troppo impegnato a fronteggiare l’emergenza a Milano. Ancora più recentemente, ha scoperto di essere positivo al coronavirus. Non bastavano anni di impegno, ripagati con campagne diffamatorie: uno dei personaggi più validi e sottovalutati d’Italia è stato contagiato dalla stessa malattia che stava impegnandosi a combattere.

No, non bastava nemmeno questo. Marco Travaglio non poteva fare a meno di commentare con una battuta di somma cretineria: Bertolaso, dice il professionista della diffamazione, doveva creare mille posti letto, e ne ha occupato uno.

Tralasciando la scorrettezza, la volgarità delle battute sulla salute altrui: le mani che costruiscono l’Italia sono quelle di Bertolaso, non quelle di Travaglio. Dov’era Marco Travaglio, coi suoi riccioli setosi, il suo birignao da professorino e il suo fisico da sollevatore di ipotesi, quando Bertolaso lavorava tra le macerie di L’Aquila, provava a risolvere il disastro dei rifiuti in Campania, gestiva un mondiale di ciclismo e un G8, impediva alla SARS di arrivare in Italia?

Mentre Guido Bertolaso (che ancora sconta il perenne rifiuto di leccar pantofole alla peggior sinistra italiana – quella dei gruppetti di potere, delle società di comunicazione, della finanza più mafiosa – e l’aver osato, ad Haiti, mettere in riga la Clinton e Obama, bendava le ferite dell’Italia… Travaglio era troppo impegnato a mandare in agonia “L’Unità”, a elargire cattiverie insieme a Peter Gomez e distribuire puttanate tramite le inchieste di gente come Ferruccio Pinotti e il carrozzone di “Chiarelettere” (collana, poi casa editrice, sorta sulle ceneri di quella cosa bellissima che era la Biblioteca Universale Rizzoli… “sic transit gloria mundi”); a ispirare la fondazione (opera di Antonio Padellaro) di “Il Fatto Quotidiano”, a parole un giornale indipendente, di fatto lo scendiletto dei Cinque Stelle e della gang di Casaleggio e Grillo.

Su  questo giornale scrive Gianni Barbacetto, uno secondo cui “Tangentopoli è stata una pagina gloriosa della storia italiana”: l’avvio di quella Seconda Repubblica che non ha più visto l’Italia protagonista sulla scena internazionale, ma ridotta a zimbello dell’UE, con la complicità dei bocconiani alla Monti, in balia degli incompetenti alla Di Maio e dei trafficoni esibizionisti alla Conte. Grazie a loro, gli omicidi commessi da statunitensi in Italia (strage del Cermis, caso Meredith Kercher a Perugia, omicidio del brigadiere Cerciello Rega) restano puntualmente impuniti: mentre una volta, a Sigonella non si passava…

Una cricca di odiatori dell’Italia: non stupisca perciò l’astio di Travaglio, a parole voce indipendente, di fatto corifeo della devastazione d’una nazione, nei confronti di Bertolaso, uno che per il bene dell’Italia lavora.

In quello che è forse il momento più bello del film di Gianni Amelio, “Hammamet”, il Craxi interpretato da Favino racconta un incubo alla figlia: un giudice, del quale lui conosce segreti deprecabili, lo accusa di fronte al parlamento; al che lui risponde, svergognandolo… se ne va, in preda al rimorso, ma sia il giudice che i parlamentari lo inseguono, lo mettono all’angolo e gli dicono: bravo, è così che si fa… il Craxi del film si chiede allora, in lacrime: cosa c’è di bello nel parlare male di qualcuno?

Di Bertolaso resterà ciò che ha fatto per rimediare a tragedie di portata internazionale; di don Giuseppe, l’atto di eroismo e d’amore per il prossimo. Dei parolai alla Travaglio, dei cinici e qualunquisti alla “sono tutti uguali, si sa com’è, è tutto un magna magna” (svilire l’altro per giustificare la propria meschinità), soltanto la cattiveria, il continuo puntare il dito, la compulsione a vomitare insulti, il perenne giudicare senza mai fare. Ma dice il detto arabo: i cani abbaiano alla luna, e la carovana passa…