Dopo una breve abbuffata di “giubbotti arancioni”, di bravi borghesi alla ricerca di qualche appalto da non condividere con alcuno se non con se stessi, il primato dei giubbotti, questa volta gialli, è tornato alla Francia, un Paese dove il numero dei borghesi leccaterga del potere pare un po’ meno elevato che in Italia. Disordini, proteste, insoddisfazione, disperazione, che qualche giornalista di potere attribuisce ovviamente agli “esclusi dalla modernità”, cercando così di gettare un po’ di fango su dei poveracci che non possono – come lui – contare sulla benevolenza (non gratuita…) dei potenti.
        Personalmente, ritengo che ci siano pochi spettacoli più divertenti di classi dirigenti che si precipitano consapevolmente verso il disastro: hanno distrutto il proletariato, hanno distrutto la classe operaia, poi la piccola e media borghesia. Ora non gli resta che distruggere l’alta borghesia e sé medesime, e paiono ben decise a farlo. Quattro quinti della popolazione di un Paese hanno problemi ad arrivare alla fine del mese, devono affrontare costi sempre più elevati in ogni campo (perché è da quel tipo di tassazione che i potenti traggono la gran parte delle loro ricchezze), si vedono sbeffeggiati da tentativi di spacciare ogni pseudo-riforma (in realtà semplicemente una tassa in più) come “fatta per il loro bene” e ovviamente si adirano.
       In Francia, sono scese in piazza trecentomila persone, ma, dal momento che il governo e la classe dirigente parigina non sanno fare altro che continuare a tassare e ad aumentare i prezzi di un po’ tutto, non c’è da avere fretta. Non c’è da sperare, con Lenin, che saranno le classi dirigenti “a fornire la corda con cui impiccarle”, ma basta attendere, guardare, da entomologi della politica, per rendersi conto che le classi dirigenti stesse non hanno il problema di modificare i loro comportamenti ma – molto più semplicemente – di comprendere che cosa stia accadendo.
Tra feste, festini, ricevimenti e weekend in località di lusso, proprio non sanno (e non vogliono sapere) che cosa stia accadendo alla gente comune, anche perché – com’è ovvio – a loro della gente comune non importa alcunché. Se la benzina e il gasolio aumentano di poche decine di centesimi, loro manco se ne accorgono, visto che sono molto ricche oppure, se appartengono all’establishment politico, viaggiano in auto blu e sotto scorta.

Il francese medio, per contro, vede ulteriormente erosi i suoi già scarsi redditi, vede che non riesce a pagarsi un’auto nuova, che non ha i soldi per pagare le centinaia di tasse e balzelli che complicano la sua già difficile esistenza, e deve dolorosamente constatare che la pressione fiscale non solo non diminuisce, ma aumenta. In un Paese, per di più, dove intere categorie di immigrati mai integrati pagano nulla e costituiscono e potenziano enclaves monorazziali e monoreligiose che stanno facendo della Francia stessa un Paese assolutamente irriconoscibile, che documenti ufficiali della Difesa, delle forze di sicurezza e dei servizi segreti giudicano ormai ingovernabile e a rischio sommovimenti di vario tipo.

       Non c’è spettacolo più dolce che vedere i disastri – a lungo previsti ed evocati – realizzarsi giorno dopo giorno. C’è un’intima gioia, in tutto questo, perché era stato facile prevedere che sarebbe avvenuto e ora infine sta avvenendo. Lentamente, ma inesorabilmente.