L’Expo 2015 non è iniziato con il piede giusto. Le parole di Papa Bergoglio sull’importanza del messaggio globalizzato della solidarietà, che evidenzia le venature principali dell’evento e l’inascoltabile storpiatura dell’inno nazionale, a cura del Deux ex Machina della politica italiana Matteo Renzi che non si è fatto mancare per la sua fiction bucolica il solito coretto di bambini inermi di fronte alle astuzie di un’attività’ speculativa più grande di loro, cozza amaramente contro il disastro, pilotato, dell’antagonismo; psico funzionale al «Grand Guignol» liberal-consumista. L’acqua calda è sempre più fredda e viceversa.

 

Ormai, un appuntamento fisso con l’astrattismo piccolo-borghese che fu la fonte di ispirazione dei quadri della pittrice Carla Accardi (astrattista e femminista convinta) da Genova a Seattle. Una mischia informe, dove vengono a crearsi spesse volte in un anno, tutti i presupposti per crogiolarsi nella sterilità di argomentazioni reazionarie e nostalgiche. Una somma della totale assenza di idee, tranne la volontà di eleggere Milano a forum europeo dell’arlecchinata.

 

Il risultato ? Una città messa a ferro e fuoco da chi è contro i simboli del capitale, rivendicandone, frattanto, tutte le note distintive: la precarizzazione del lavoro, l’ideologia degli uguali e la condizione, antropologica e moderna, “dell’aprirsi al mondo”, insita nel liberalismo. Escludendo aprioristicamente di far parte del nulla che rigenera il nulla a suo piacimento: quando è conveniente ed evitando ogni tipo di differenza. Nulla di nuovo per chi li protegge e per chi li utilizza. Chissà come mai nei momenti di maggiore difficoltà.

 

Finito il baccanale sin troppo retorico della cerimonia di apertura, tutto quello che ruota attorno alle aspettative dell’Esposizione Universale è un “gioco” enigmistico: presentatoci come l’ultima spiaggia per risollevare l’economia italiana. Evidentemente, poco importa alla politica e ai suoi depositari di certezze di ogni risma, se le previsioni danno per scontato un impatto positivo sull’economia, che avvalorerebbe un incremento della produzione fino al 2020 a più di 69 Miliardi di euro (l’incremento del valore aggiunto supera i 29 Miliardi).

 

Il frutto ignobile di fantasie, ridistribuite secondo l’Istat, nelle infrastrutture (74,5%), nell’attrattività turistica (16,5%), nelle attività di investimento estero (3,3%), nella partecipazione all’evento degli stati (19%), nei costi di gestione Expo 2015 (3,8%) e, cosa da non sottovalutare, nell’occupazione diretta e indiretta che dal periodo 2011-2020, salirebbe a 61.000 persone con un impiego ogni anno a seguire. Siamo tutti d’accordo che le previsioni automatiche sono parecchio inaffidabili e bisogna attendere almeno un paio di mesi per incominciare a fare un quadro della situazione.

 

Sempre meglio che affidarsi ad un asino che vola, per chi lavora e per le imprese, alle capacità oratorie di chi ci governa, pronto ad evidenziarne solo le specifiche politichesi, dell’universalità e dell’idolatria al «Progetto Positivista» che abbiamo già trattato il 26 aprile del 2014 su destra.it (nella sezione Economia/Home, dal titolo Il “nuovo” Progetto Positivista non incanta Pareto e Allais). Consapevoli però, che pur trattandosi di questo, c’è di fondo una necessità impellente di riuscire con intelligenza a trasformare l’evidenza in un’opportunità favorevole.

 

Lo stato attuale e le prospettive dell’impresa e dell’occupazione italiana, vanno a pari passo con gli investimenti effettuati per l’esposizione. Siamo giunti a una delle poche occasioni per distinguere e separare, distintamente, le velleità proposte da chi fa politica per mestiere, dalle urgenze economiche di chi fa impresa e di chi è alla ricerca continua di un lavoro. Diamogli pure in pasto l’universo ma, volentieri, una volta tanto, non perdiamoci in un bicchier d’acqua. Anche perché, come abbiamo visto, i portatori automatizzati, sono altri.

 

Eredi di quell’autoreferenzialità fine a se stessa ?