Sbagliare è umano, scusarsi è sempre cosa gradita. Il gestaccio del ministro per gli affari regionali, Francesco Boccia, che ha ritenuto simpatico tenere una conferenza stampa facendo penzolare da un orecchio una di quelle mascherine delle quali l’assessore lombardo al welfare Giulio Gallera aveva deplorata la fragilità, è deplorevole non sono per l’inopportunità di scherzare in un contesto tragico, per il basso livello della burla, e per la strafottenza nei confronti della seria e motivata lamentela di un’autorità.

Forse anche peggio è il rifiuto di scusarsi, anzi, di passare al contrattacco: criticato soprattutto da ex colleghi di partito (Renzi e Calenda), Boccia ha replicato accusandoli di speculare sulla tragedia della pandemia, e di fraintendere volutamente un suo gesto innocente.

Un politico serio avrebbe rassegnato le dimissioni, e soprattutto avrebbe riconosciuto l’errore e chiesto scusa. Non avrebbe fatto solo una o due di queste cose: le avrebbe fatte tutte e tre. Boccia non ne fa nessuna, e non contento accusa di “indegno sciacallaggio” chi critica la sua buffonata.

Se il compagno di Nunzia De Girolamo, l’ex politicante più glamour e meno seria in circolazione, si è indispettito per la reazione negativa al suo siparietto, si pensi a quanto poco l’hanno trovato divertente i concittadini di Gallera.

Secondo “Il Fatto Quotidiano”, il giornale vicino ai Cinque Stelle, Angelo Borrelli stava ridendo perché compiaciuto dall’arrivo di nuovi medici (bella notizia… ma perché farebbe ridere?), e Boccia non stava scherzando sulle mascherine deprecate da Gallera (perché allora ne faceva ciondolare una da un orecchio, per dimostrare serietà e preoccupazione?).

Se un anno fa un ministro del Partito Democratico avesse commesso una gaffe così grave e ingiuriosa, “Il Fatto Quotidiano” avrebbe passato in rassegna tutte le sue colpe, dalla scuola elementare sino a settimana scorsa. Poi i grillini sono diventati alleati di governo del PD, e hanno opportunamente consigliato a Travaglio e Barbacetto di sfogare il loro giustizialismo sugli imputati di Tangentopoli, gente che magari si è suicidata tra i ventisei e i ventisette anni fa…

Nessuno, a parte Borrelli, ha riso della trovata di Boccia. Non ha riso Gallera, non hanno riso Fontana e Sala, non hanno riso i lombardi. I bergamaschi non hanno riso: preferiscono un altro giullare, Arlecchino. Boccia si attacca un brandello di carta a un orecchio: Arlecchino, con variopinti brani di tessuto, si veste.

Sono ben tre le maschere bergamasche: Gioppino, il contadino rude ma buono (quando non sia mosso da intenti truffaldini), e il diabolico (come dimostra la maschera nera, tratto in comune con Pulcinella), ridicolo Arlecchino, il servo sciocco contrapposto a quello scaltro: Brighella. Maneggione e intrigante come l’amico Brighella, Arlecchino è l’uomo di fatica, arrivato in città dalla provincia; sempre affamato, vestito di stracci.

Proprio ciò di cui i bergamaschi, da secoli, si vantano: la fatica, i modi spicci, la capacità di cavarsela. Proprio sulla loro città, e su una parte sempre più estesa della loro provincia, si sta accanendo con particolare virulenza il COVID-19: il “coronavirus”. Molto più ormai di Codogno e dintorni, o di Vo’ Euganeo (insomma quelli che dapprincipio sembravano essere i due principali focolai dell’epidemia), sono Bergamo e la Val Seriana le zone più critiche, quelle che registrano più vittime: sia per il numero dei contagiati, che purtroppo per quello dei deceduti.

Come il resto d’Italia, la città e la provincia più colpite dal virus sono state vittime della mancanza di serietà, della confusione, dell’andamento ondivago con cui le amministrazioni locali (e non solo) hanno affrontato l’emergenza – cominciando dal negare che ve ne fosse una.

Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, da un primo atteggiamento cauto è passato immediatamente a un forte allarmismo, e all’insistente richiesta di provvedimenti drastici. Ancora ai primi giorni di marzo, il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, nonostante due paesoni della Val Seriana (Alzano Lombardo e Nembro) piuttosto vicini al capoluogo fossero già stati indicati come focolai, rispondeva che non vi era nessuna emergenza in città, nemmeno dei dintorni, parlando di percentuali esigue di contagiati e di un saldo contenimento. Nei giorni scorsi ha però cominciato a implorare la Regione e la Protezione Civile di adottare misure drastiche, arrivando a dichiarare alla RAI che “non si vede la luce in fondo al tunnel” e salutando l’annuncio del presidente del consiglio Giuseppe Conte di misure, dal 23 marzo, ancora più restrittive con sollievo, paventando addirittura che nella Bergamasca “saranno cancellate intere generazioni”.

Qualcuno – il già citato “Il Fatto Quotidiano” – ha addossato la colpa alla Confindustria locale, e alle insistenze di questa per tenere aperti gli esercizi. Può darsi, ma ciò non toglie che le esitazioni del sindaco e di un consiglio dei ministri dapprima assente, poi solerte nel cercare un’esposizione mediatica che ha portato prima a una fuga di notizie dalle conseguenze nefaste (sabato 7 marzo: in serata si diffonde la notizia dell’imminente applicazione su Lombardia e alcune province del Nord della zona rossa – misura in vigore da lunedì 9; la notte fra sabato e domenica, studenti fuorisede si lanciano alla stazione Centrale di Milano, verso le regioni del Centro e del Sud; è stato poi confermato che non pochi fra loro erano positivi, e hanno contagiato le famiglie), poi a una reiterazione di comunicati via televisione e internet con annunci di decreti che nulla o quasi aggiungevano ai precedenti DPCM, e nemmeno erano prontamente pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale.

Danza macabra a Clusone

Mentre il sindaco Gori si scatena in un allarmismo apocalittico dopo settimane di negazionismo (e il sospetto che il suo iniziale rifiuto di chiudere gli esercizi abbia avuto lo stesso movente del sindaco di “Lo squalo”, che non accetta il divieto di balneazione per motivi economici: insomma, che le pressioni di Confindustria bastino a condizionare le amministrazioni lombarde), Bergamo assiste a scene come la sfilata notturna di camion militari attraverso Borgo Palazzo per portare via le salme dal vicino cimitero, ormai sovraffollato; e l’epidemia vi sta assumendo proporzioni drammatiche. La provincia di Bergamo ha un milione e 115mila abitanti (120mila quelli del capoluogo), e ha molti più contagiati e deceduti della città di Milano, che da sola ne ha un milione e 352mila (e che pure è stata colpita assai duramente dal virus).

Eppure, Bergamo stava attraversando un ottimo periodo. Dopo il declino di una città che negli anni ’80 era additata nei congressi europei di geografia urbana quale modello di città di medie dimensioni virtuosa sul versante ecologico, e che negli anni ’90 e nei primi del Duemila perdeva, oltre a questa considerazione, prestigio e visibilità, gli anni Dieci sembravano vederla correre verso un ruolo di centralità nella megalopoli padana (e di conseguenza, in un’ottica europea). La candidatura, ancora sotto la giunta Tentorio, a capitale europea della cultura del 2019 non aveva successo, ma restavano altri risultati dei preparativi a tale “nomination”. Tutti ben visibili in una “notte bianca”, quella del 23 aprile 2015, nella quale una serie di eventi gravitanti intorno alla risorta Accademia Carrara (la principale pinacoteca bergamasca, ricca di pietre miliari dell’arte mondiale) metteva sotto i riflettori la riscossa artistica, culturale e imprenditoriale della città orobica. Giorgio Gori, appena eletto al primo dei suoi due mandati da sindaco della sua città natale, era lì a raccogliere i frutti del lavoro delle precedenti gestioni.

Per quanto si faccia bello grazie all’opera altrui, Gori si è però dimostrato un sindaco abile: tanto da risultare il più apprezzato di tutta Italia, superando il 60% di gradimento; e gli va riconosciuto di essere sì salito su di una carrozza che altri avevano fatto partire, ma di averla comunque tenuta in corsa.

I camion dell’esercito davanti al cimitero di Bergamo

La spinta propulsiva dei preparativi alla candidatura per la capitale europea della cultura si stava comunque, lentamente spegnendo: Bergamo si era ormai sdraiata sugli allori, smettendo di crescere (intanto, la vicina Brescia prepara un riscatto reso sempre più necessario dai danni che le ha inferto l’immigrazione selvaggia). Restava l’entusiasmo per una università che, a dispetto della mancanza di prestigio (data la recentissima fondazione: 1968, come scuola di giornalismo), di scelte scellerate nella gestione dei corsi di laurea (le scienze umanistiche sono state sacrificate alle peggiori mode del momento: dapprima corsi privi di dignità accademica come scienze della comunicazione, poi corsi sovraffollati come scienze psicologiche) e di un livello qualitativo che, con le dovute eccezioni, non è affatto elevato. Ancor più visibile, il tripudio della locale squadra di calcio (una forma di culto quasi religiosa, per tantissimi orobici): l’Atalanta europea, che dal 2016 sta raggiungendo risultati quasi inimmaginabili per una società così piccola (tanto più improbabili nel calcio di oggi, dove il capitale societario è tutto e le differenze tra grandi e piccoli sono abissali). A livello di costume, qualcosa di paragonabile solo a ciò che per Napoli è stata la squadra di Maradona, Bianchi e Ferlaino.

La Bergamo del 2019 era insomma una città ancora vivace, magari meno ambiziosa rispetto a un lustro prima, ma ancora arrembante. La rete museale, grazie alla fondazione Bergamo nella Storia, era da grande città; il turismo proseguiva una stagione felice; l’università compensava le sue lacune con una crescita strutturale; e la squadra di calcio, oltre a un giro d’affari sempre più consistente, regalava entusiasmo ai cittadini.

Ciò non può nascondere problemi assai gravi: dalla chiusura di tanti piccoli negozi, strangolati dalla concorrenza del commercio online delle multinazionali (tanto più evidente, in una città di provincia dove spesso ristoranti e altri esercizi si integrano nel tessuto urbano e diventano “storici”), a grosse sacche di disagio sociale (i dintorni della stazione, il quartiere della Malpensata). Problemi appunto gravi, ma non peculiarità bergamasche: i guai di ogni città, italiana e non solo.

Da qui, al disastro del COVID-19, ne passa. L’egoismo di singoli cittadini (l’esempio più noto, oltre ai ragazzi dell’indecorosa fuga da Milano: l’uomo che, trovato positivo all’ospedale di Como, che ha ingaggiato un ignaro tassista per farsi riportare in Val Seriana), tanto evidente dalle cifre (in Italia, i denunciati per inosservanza delle misure di sicurezza hanno, in alcuni momenti, superato per numero i ricoverati), non basta a spiegare lo sfacelo che sta distruggendo tante vite.

Finora il solo rimedio è stato l’impegno del personale sanitario: al di là della stucchevole retorica da social network, medici e infermieri non smettono di svolgere un lavoro lodevolissimo. Alcuni di loro hanno purtroppo lasciato la vita in questa emergenza.Sarebbe buona cosa se, al loro impegno, corrispondesse una maggiore serietà istituzionale. Bergamo è la patria di Arlecchino, e per secoli i bergamaschi hanno riso delle imprese di questo buffone dal vestito fatto di brandelli.

Un buffone che fa penzolare un brandello di mascherina dall’orecchio per deridere chi lavora al massimo con mezzi spesso ridotti al minimo, non fa ridere nessuno.