Capita a tanti e sicuramente e’ una delle manie incontrovertibili dell’italiano freak che  va in vacanza all’estero. Svernare alle Isole Baleari, soprattutto a Formentera, e’ un   classico incontrovertibile. Benvenuti in paradiso: possiamo dire che gli Dei della costa e quelli del raccolto delle isole mediterranee, avendo ben in mente che Formentera era uno dei piu grandi granai dell’impero romano, trovatisi in un miscuglio vacanziero per piu’ di quattro mesi all’anno, hanno tutta l’intenzione di abdicare al sacro mestiere vestendo i panni sgualciti del dopo ’68. Terminato il dolce resta solo l’amaro e del pescato non c’e’ traccia. Salvo le tavole imbandite degli ex contadini dell’isola, felicissimi di specchiarsi con una miniera d’oro che gli e’ sfuggita tra le mani. Il metallo nobile corrompe, ammansuetendo le abitudini piu’ radicate, obsolete e refrettarie, avvicinando ad un cambiamento di proporzioni tragiche.

 

A furia di trovare dovunque bigoli all’aria e tope muschiate di ogni eta’, (quando madre natura non e’ prodiga i paguri danno il  meglio di se), intenti a prendere la tintarella come mamma li ha fatti, all’improvviso l’isola regala scorci di rara magnificenza. E questo e’ un altro discorso. Cosi’, girando all’impazzata alla ricerca perenne della veridicita’ del mare che ha visto sollazzare le gentili terga di illustri beoti, riversatisi in massa e facendo la spola con Ibiza, Drieu La Rochelle e Luis Aragon nei lontani anni 30′ qui erano di casa, Formentera non garantiva le strutture adeguate e l’esamble alto borghese ibizenco. Che noia mortale…

 

Quindi, spesso solo per pohe ore, centellinarono il gusto impareggiabile di un deserto bianco dalle spiaggie desolate, contrariamente a quello che accade oggi; guardando disattenti dalla finestra di servizio i terribili anni dei capitomboli economici e finanziari a cui stiamo assistendo. L’isola, risvegliatasi tal torpore dell’anonimato dei bei tempi andati e’ oggi la meta tanto desiderata delle orde eccitate di turisti dediti alla lettura di Vanity Fair ? Dei dandy fottuti, intenti a recriminare un tempo furtivo, Luis Ferdinand Céline vi soggiorno’ solo per poche ore, non c’e’ traccia. Sono state rimosse e, come si addice a chi e’ esasperato dalla nouvelle progressive, sputando per terra appena arrivato al porto, lagnandosi dei malesseri di una vita istericizzata e per la troppa umidita’ del luogo, rimase sull’isola meno di tre giorni.

 

Cosi’ lo descrive un gracile vecchietto che ha generato da uomo dedito alla pesca solo abili egoisti: piegatosi anno dopo anno alle fatiche del mare e ai salamalecchi di un luogo oggi a lui sconosciuto. Il suo nome e’ Paco e nutriva un malsano desiderio per la forma esteriore condividendone l’ecceso, l’audacia di provarci con gli stuoli di donzelle libertine? I suoi ricordi sono una sorta di palangre artesenal (adoperava il palamito a vela), immerso nell’unica aqua al mondo che invece di separarsi dalla terra, ebbra di superficialita’ esibizionista di fine 1900 e dei successisi anni 2000, il “mare in mezzo alle terre”, decise improvvisamente di alzare i tacchi; imprecando ai quattro venti e alle orde di motorini strombazzanti, alle lusinghe stomachevoli del presentismo calciofilo, dei volti peggiori delle dinasty italiane, tedesche e francesi, vissute peggio di un oltraggio.

 

Dopo tutto la sua mente, pur essendo votata al mare, e’ ancora quella di un uomo poco avvezzo alle abitudini progressiste;  gli e’ rimasto’ un po’ di sale in zucca sia a lui che al suo ex datore di lavoro. La casa di Poseidone di Eete e di Circe. Proprio quello che manca ai nasuti ipertrofici che vivono l’isola, captando gossip e alimentando le leggende modaiole che imporrebbero una possibile vita sull’isola: una via di fuga lontana dagli anatemi terreni sin troppo urgenti che le alimentano. Un luogo che vale la pena di riscoprire, lontani dai bagliori ingannevoli di un’Europa da estirpare appena se ne ha l’occasione. Camminado sulle costruzioni megalitiche di Cap de Barberia risalenti al 2000 A.C. e costeggiando l’insediamento di Can Na Costa, edificato intorno al 2000 e il 1600 A.C. Ed ecco che improvvisamente quella canaglia pescatrice ha un sussulto: perche’ non va a vedere il Castello romano di Can Blai ?

 

Gli risposi che l’avevo gia’ visitato quasi vent’anni fa e che Ector Sevadac di Jules Verne, lo avevo letto ma non mi e’ mai piaciuto piu’ di tanto. Certo non per colpa del romanzo ma per l’interpretazioni successive. Un meteorite e un groppuscolo formato da diverse nazionalita’ che ha dato vita al Mediterraneo ? Potrebbe anche darsi. Lei si chiama Paco e io Francesco. Non le pare che noi due assieme abbiamo provveduto nel nostro piccolo a pensare in modo disinteressaro a cosa eravate (siamo) e a cosa siete diventati ?  Silenzio totale. Dopo circa cinque minuti mi ha offerto una cena locale a base di pesce.

 

Paco ha lasciato ai due figli tre abitazioni e quello che e’ rimasto di un ovile. Il telefono dei ragazzotti continuava a suonare. L’ultima settimana di luglio e’ appena finita ma hanno tutto il mese di agosto prenotato. Due finche e un ovile, due modi di trovare se stessi. Meno di tre giorni fa, prima che finisse in ospedale per un aneurisma, ha lasciato alla moglie un piccolo regalo per me. Quasi provasse vergogna a darmi una fotografia della barca a cui teneva molto. I figli non sapevano neppure come si   chiamava. Cesare, come un suo amico italiano conosciuto durante la mattanza della guerra civile spagnola.

 

Quando il limite oltrepassa chi ci sussegue, rischiara persino l’orizzonte di una foto. In quanto agli ormeggi e alle sfide che ci attendono? Per Paco la sua imbarcazione era solo un viatico. Sfiorando Gibilterra, torno’ a casa. In frantumi la barca.