Probabilmente il più grande scrittore del Novecento. Non si tratta di un’esagerazione, infatti le opere di Louis Ferdinand Auguste Destouches “Céline” (Courbevoie 1894 – Meudon 1961) testimoniano una “infelice” sintesi non hegeliana del secolo scorso. “Polemiche 1947-1961” (Parma 1995), traduzione di Francesco Bruno, si inserisce nell’alveo del suggerimento dato da Jean Paul Sartre ai lettori rifiutando la certificazione Nobel: un autore non può essere giudicato ed eventualmente premiato in vita. Infatti la serie di interviste in oggetto, per alcuni minuti lontano dallo scrittoio e dai suoi gatti, con Robert Massin, Francoise Nadaud, Francoise Gillois, Chambri, Georges Cazal, Francine Bloch e Julien Alvard rappresentano scritti non scritti o meglio scritti da altri per mezzo della sua voce, e quindi alle soglie di una interpretazione organica dell’autore.

“No, il signor Jensen è uscito… Céline? E’ me che vuole vedere? Entri, allora. Mi ritrovo d’un tratto tra i muri a mansarda di una stanza di –quartiere-. Lucernario, divano, branda, tavolo (carte e fogli volanti), stufetta di fortuna (di sfortuna), tappeto-pelle di capra, tele senza cornici alle pareti e stipate negli angoli. Accanto, un vano minuscolo, grigio: piatti sporchi, fornello a spirito, carte unte, bottiglie vuote, tutto direttamente sul pavimento. Classico. Davanti a me un uomo senza età, il tipo robusto, ben piantato, rimasto relativamente giovane fino ai cinquanta passati e che ha cominciato a invecchiare di colpo tre volte più in fretta”. 

Volontario, ferito e decorato dopo l’esperienza della prima guerra mondiale, diviene un crudo e profetico ammonitore dell’attuale degrado delle banlieu parigine con“Viaggio al termine della notte” (1932) svolgendo la professione medica. Di rilievo intellettuale è il pamphlet “Mea culpa” (1937), scritto che mette a nudo la struttura statuale demoniaca sovietica. Sino ad arrivare ai due cortocircuiti profondamente antisemiti“Bagatelle per un massacro” (1937) e “La scuola dei cadaveri” dell’anno seguenteCéline segue i tedeschi in ritirata sino in Danimarca.Imputato e arrestato come collaborazionista sconta un anno e due mesi di carcere, nel 1951 arriva per lui l’amnistia.

I suoi scritti sono densi di violenza letteraria, carichi di cupo pessimismo che Céline pur registrando intorno a lui nella realtà circostante, non poteva e non ha voluto ignorare. La disillusione con annessi gli incubi generati dal frantumarsi del sogno relativo alla promessa del paradiso terrestre offerto dalle dittature totalitarie, lo porta superficialmente a etichettare come borghesi, dissacrati con feroce ironia, i valori del progresso, della famiglia, di patria e d’umanità. Contro l’impostura borghese, collettivista e capitalistica Céline oppone la tradizionale “clarté” transalpina accessoriata con l’oramai codificato “désabusement” d’origine settecentesca. L’enunciato viene sintatticamente disarticolato, la ripetizione linguistica apre in modo spericolato all’elemento fantastico chiudendo violentemente e definitivamente con i maestri appena consacrati dall’Ottocento quali Flaubert e Zola.

Le celebrazioni verso di lui effettuate dagli intellettuali anarchici, di sinistra e ultra nichilisti si sono al giorno d’oggi, nel terzo millennio, rivelate parziali e spesso imprecise tanto da perdonargli i sentimenti antisemiti forse più ostentati che realmente approvati. Céline si perde nella sua stessa vita e quasi ma non del tutto autobiograficamente tra i suoi scritti. Questo, a nostro leggere, è il grave difetto di una lettura immediata dello scrittore di Courbevoie, infatti leggendo attentamente le sue opere, interviste comprese, il monologo céliniano ci chiede aiuto contro la perdita d’identità, la proletarizzazione d’occidente in forma sempre più nervosa e delirante: L’orrore diviene spettacolare non più “maraviglioso” come un tempo in maniera barocca e rococò. La visione finale intorno a Céline, per quanto ci riguarda, non ha nulla di rivoluzionario, come da nozionismo sviluppato dalla critica marxista e post marxista, non essendo sufficiente far combaciare la crisi sociale alla decostruzione delle forme narrative operate dalla semiotica nella seconda metà del Novecento.

Il libro in questione ci manifesta invece un grande e nervoso scrittore: dall’esilio politico in Danimarca a quello “morale” nelle periferie parigine, un uomo in difficoltà materiale e pieno di debiti, con le sue ossessioni, i suoi feticci, gli slanci e le cadute.

“Una volta c’era Bourget, i Goncourt, Voltaire. Lui soprattutto, è il maestro. Adesso… Insomma questo piccolo complotto contro la lingua è stato pagato caro. Ciò che era emozionale è scomparso. La spontaneità viene sempre dopo. Si è dovuto passare per la torchiatura, la decantazione. In ogni modo non si vede altro che feccia. E’ normale, bisogna lavorare. L’eloquenza naturale è merda. Una parlantina facile è rozza materia prima”.

Così rispondeva Céline nel 1961 alla fine del suo viaggio esistenziale, al telefono, a Julien Alvard (Ring des Arts) sollecitato a scrivere un “pezzo” su Dubuffet, rispondendogli candidamente che non sapeva di cosa si trattasse.